SUPERWAVE
Ero del tutto inesperto di personal computer e chiesi ad un amico l’indirizzo di un buon negozio. Mi consigliò la Superwave, dove, a sentir lui, potevo trovare i migliori PC, completamente made in U.S.A., con pagamento rateale.
La Superwave aveva sede in un palazzo alla periferia della città. Al terzo piano. Mi parve una stranezza, un negozio al terzo piano, e fu con un certo imbarazzo che suonai alla porta.
Un giovane ossuto, con un fermaglio dorato alla cravatta, mi fece entrare e mi condusse, con reverente discrezione, attraverso una piccola sala d’attesa con un tavolino basso su cui giacevano alcune riviste di informatica, e da lì in una stanza più grande.
Qui fui ricevuto dal signor Tirinnanzi, tarchiato, capelli grigi lunghi fin sulle spalle, basettoni. La giacca di tweed contribuiva al suo aspetto lievemente rustico che mal si addiceva a quell’ambiente: una sala rettangolare, con due pilastri squadrati a rinforzare il soffitto color crema punteggiato di faretti alogeni. Moquette rossa sul pavimento. Regnava una quiete sonnolenta e perfino la luce del sole, entrando da un’enorme finestra a infissi metallici, diventava, per così dire, felpata. Pacati riverberi sugli spigoli dei computer bianco-ghiaccio esposti al pubblico: quattro minitower apparentemente uguali e privi di monitor che troneggiavano, equidistanti l’uno dall’altro, su un tavolo di legno lucido, col piano a forma di ferro di cavallo, i cui bordi convergevano, idealmente, nella scrivania del signor Tirinnanzi, posta vicino all’entrata.
Io mi sentivo leggermente fuori posto, avevo l’impressione di traspirare in modo esagerato.
Il Tirinnanzi aveva una stretta di mano energica e una voce grave e roca, da forte fumatore: “Mi dica.”
“Dunque, io ero interessato a un computer. Non dico eccezionale ma, insomma, abbastanza buono, cioè, non da usare per hobby, ecco. Cioè, praticamente avrei la possibilità, diciamo, di un lavoro in cui dovrei usare il computer e...”
Mi fermai, ricacciando l’impulso di infilarmi le mani nelle tasche.
“Giusto, giusto,” disse il commerciante, squadrandomi dalla testa alla cintola, andata e ritorno. Si addentrò subito nella terminologia tecnica. Per due minuti seguitai a far sì con la testa senza capirci un’acca. S’interruppe da solo: “Ma questi sono particolari di secondaria importanza,” tagliò corto, con aria seccata.
Accennò ai computer: “Ne tocchi uno. Uno qualsiasi.”
Si appoggiò al bordo della scrivania per meglio godersi la scena.
Dopo un attimo d’incertezza mi avvicinai, quasi in punta di piedi, a uno degli apparecchi, e lo toccai con un dito.
“Ci passi pure la mano sopra, non abbia paura, non morde mica!”
Il telaio del computer era tutto di plastica, ma assai robusto, compatto come un sasso levigato.
Il Tirinnanzi, spingendosi con le mani, si staccò dalla scrivania e si avvicinò con passo deciso, come per dire: ‘lascia fare a me’.
Accarezzò tutta la superficie della macchina, con una specie di lascivia, ammirandone la forma.
Poi, volgendosi appena verso di me, disse: “Lei ha mai provato a rovesciare e a scuotere un computer qualsiasi?”
Mi affrettai a scrollare il capo.
“Perdono i pezzi,” mormorò pensosamente. “Se li agita escono delle...delle cose. Dadi, viti, polvere... cadono sul pavimento. A volte anche mosche morte. E il laniccio, come quello che si accumula sotto i mobili. Ci provi, se gliene capita l’occasione. Invece questi prodotti...”
Con uno sforzo repentino abbrancò il computer, lo rovesciò, lo agitò.
Sbuffando, con la faccia paonazza, lo rimise a posto. Si ricompose aggiustandosi le falde della giacca e fece un gesto svolazzante con la mano aperta, alla maniera dei prestigiatori, indicando la moquette assolutamente pulita: “Visto?”
Ma subito si rabbuiò, e si morse il labbro inferiore.
“Uhm. Lei è ancora dubbioso,” disse. “Venga, si sieda.”
Mi condusse alla scrivania, mi invitò a sedere di fronte a lui e mi scrutò con attenzione.
“Quanti anni ha?”
“Trenta.”
“Ah! Sembra molto più giovane.”
“Sì, lo so.”
“Bene, bene, bene. Posso chiederle cosa fa nella vita?”
“Sono disoc...Sto cercando lavoro.”
“Eh, già, già, coi tempi che corrono non è facile trovare un posto...E’ laureato?”
“No. Ho fatto qualche anno di università, pedagogia, ma poi ho lasciato perdere.”
“Eh, già, già, poche prospettive. E poi, diciamoci la verità, pedagogia è...Suvvìa, con tutto il rispetto, son cose da donne.”
Arrossii: “Eh, forse sì.”
Estrasse una stilografica da un portapenne di vetro.
“Ha svolto qualche attività, nel frattempo? Lavori saltuari, dico...”
“Beh, no. Cioè...cosucce. Per esempio per qualche mese ho...ehm...pitturato soldatini di piombo. Per i plastici, sa...”
“Oh! Interessante! Beh, certo, dà proprio l’idea di un’occupazione provvisoria,” disse, accomodandosi meglio sulla soffice poltrona di pelle.
“...Dunque mi diceva che adesso ha la possibilità di lavorare con il computer. Amministrazione? Design? Disegno tecnico? Grafica pubblicitaria?”
“Sarebbe...Farei cose tipo manuali d’istruzioni e così via....”
“Ah, manualistica! Manualistica! Bene! Ha fatto o sta facendo un corso, immagino.”
“Veramente mi sta insegnando mio cugino. Lui conosce il disegno tecnico e cose del genere. E’ un libero professionista.”
Sorrise: “Eh! I cugini! Tutti abbiamo un cugino che ne sa più di noi!”
Improvvisamente si fece pensieroso e cominciò a picchiettare la penna sul palmo della mano.
“No, sa perché le faccio tutte queste domande? Perché mi dispiace vedere un giovane come lei, evidentemente serio e intelligente così...Così insicuro, così incerto.”
Fece un breve sospiro e proseguì: “Dica la verità: a lei di questo lavoro non gliene frega niente.”
Mi guardò negli occhi: “Da uomo a uomo: a lei proprio non interessa, dica la verità.”
Arrossii di nuovo: “Ma...veramente...”
Lui fece spallucce: “Massì, massì...Per i soldi. Per dire che si fa qualcosa, che ci si guadagna il pane, magari con la prospettiva di sistemarsi, di sposarsi...”
Protese il busto verso di me: “Cazzate!” Sibilò. “Se non c’è la passione...Cazzate!”
Si ributtò indietro: “Scusi la volgarità.”
Restò in silenzio, rimuginava.
“Mio figlio,” mormorò. “Mio figlio studia medicina. Così... perché gli piaceva spulciare l’enciclopedia medica. Non sa nemmeno staccarsi un cerotto. S’è messo in testa di fare il medico. Come se non ce ne fossero abbastanza. E’ stato respinto all’esame di istologia. Non era preparato. E’ già la seconda volta che ci prova. Di questo passo finirà l’università quando sarà vecchio e stanco...come me.”
Si passò una mano tra i capelli: “Non era preparato,” ripeté. “Eh, già. E io? Sa cosa gli ho detto, io? L’ho preso da parte e gli ho detto: ‘Va bene. Nessun problema. Succede. E’ normale. Ma ora devi rimboccarti le maniche e decidere una volta per tutte cosa vuoi fare. Vuoi tirare avanti alla meno peggio sperando in un colpo di fortuna, o vuoi veramente realizzare qualcosa, costruire la tua vita? Vuoi essere un bambinone che vive alla giornata o vuoi essere...un uomo?’ ”
Annuì lentamente, soppesando la verità del suo monito.
“E così dico a te,” soggiunse. “Per il tuo bene. Perché potresti essere mio figlio.”
Serrò tre o quattro volte le mascelle, ritmicamente; con foga improvvisa si sporse in avanti, tanto che per lo spavento arretrai sulla sedia, e fece l’atto di stringere in mano un globo invisibile: “Chi è padrone di se stesso è padrone del mondo intero!” disse con voce strozzata.
S’impettì, mi guardò ben bene: “Io vorrei che tu dicessi: ‘Okay, finora ho scherzato, ma d’ora in poi, cazzo, sarò UN UOMO!” esclamò, battendo il pugno sulla scrivania.
Poi, sfinito, s’abbandonò contro lo schienale, s’infilò la stilo nel taschino e intrecciò le dita sul ventre: “Ora vai,” disse, ormai placato: “Questi prodotti non fanno al caso tuo. Sono il top. Quando sarai un uomo verrai qui e mi dirai: “Ce l’ho fatta, sono un uomo, adesso voglio il top .’ ”
Si alzò, mi alzai, mi tese la mano e me la strinse forte, poi mi diede un affettuoso scapaccione: “E sii più deciso! Hai trent’anni d’esperienza in questo porco mondo! E sorridi, perdìo, che c’hai un bel sorriso!”
Sono passati cinque anni, da allora. A volte mi sento vecchio, ma ci si può sentire vecchi senza per questo sentirsi maturi.
Comunque il top...Il top ancora non lo voglio, non mi interessa. Povero Tirinnanzi, se mi vedesse ora! Ho un PC che fa un baccano d’inferno, e forse se lo rovescio escono strane cose. Sorrido poco, e solo se mi va. La Superwave ha chiuso.
Ero del tutto inesperto di personal computer e chiesi ad un amico l’indirizzo di un buon negozio. Mi consigliò la Superwave, dove, a sentir lui, potevo trovare i migliori PC, completamente made in U.S.A., con pagamento rateale.
La Superwave aveva sede in un palazzo alla periferia della città. Al terzo piano. Mi parve una stranezza, un negozio al terzo piano, e fu con un certo imbarazzo che suonai alla porta.
Un giovane ossuto, con un fermaglio dorato alla cravatta, mi fece entrare e mi condusse, con reverente discrezione, attraverso una piccola sala d’attesa con un tavolino basso su cui giacevano alcune riviste di informatica, e da lì in una stanza più grande.
Qui fui ricevuto dal signor Tirinnanzi, tarchiato, capelli grigi lunghi fin sulle spalle, basettoni. La giacca di tweed contribuiva al suo aspetto lievemente rustico che mal si addiceva a quell’ambiente: una sala rettangolare, con due pilastri squadrati a rinforzare il soffitto color crema punteggiato di faretti alogeni. Moquette rossa sul pavimento. Regnava una quiete sonnolenta e perfino la luce del sole, entrando da un’enorme finestra a infissi metallici, diventava, per così dire, felpata. Pacati riverberi sugli spigoli dei computer bianco-ghiaccio esposti al pubblico: quattro minitower apparentemente uguali e privi di monitor che troneggiavano, equidistanti l’uno dall’altro, su un tavolo di legno lucido, col piano a forma di ferro di cavallo, i cui bordi convergevano, idealmente, nella scrivania del signor Tirinnanzi, posta vicino all’entrata.
Io mi sentivo leggermente fuori posto, avevo l’impressione di traspirare in modo esagerato.
Il Tirinnanzi aveva una stretta di mano energica e una voce grave e roca, da forte fumatore: “Mi dica.”
“Dunque, io ero interessato a un computer. Non dico eccezionale ma, insomma, abbastanza buono, cioè, non da usare per hobby, ecco. Cioè, praticamente avrei la possibilità, diciamo, di un lavoro in cui dovrei usare il computer e...”
Mi fermai, ricacciando l’impulso di infilarmi le mani nelle tasche.
“Giusto, giusto,” disse il commerciante, squadrandomi dalla testa alla cintola, andata e ritorno. Si addentrò subito nella terminologia tecnica. Per due minuti seguitai a far sì con la testa senza capirci un’acca. S’interruppe da solo: “Ma questi sono particolari di secondaria importanza,” tagliò corto, con aria seccata.
Accennò ai computer: “Ne tocchi uno. Uno qualsiasi.”
Si appoggiò al bordo della scrivania per meglio godersi la scena.
Dopo un attimo d’incertezza mi avvicinai, quasi in punta di piedi, a uno degli apparecchi, e lo toccai con un dito.
“Ci passi pure la mano sopra, non abbia paura, non morde mica!”
Il telaio del computer era tutto di plastica, ma assai robusto, compatto come un sasso levigato.
Il Tirinnanzi, spingendosi con le mani, si staccò dalla scrivania e si avvicinò con passo deciso, come per dire: ‘lascia fare a me’.
Accarezzò tutta la superficie della macchina, con una specie di lascivia, ammirandone la forma.
Poi, volgendosi appena verso di me, disse: “Lei ha mai provato a rovesciare e a scuotere un computer qualsiasi?”
Mi affrettai a scrollare il capo.
“Perdono i pezzi,” mormorò pensosamente. “Se li agita escono delle...delle cose. Dadi, viti, polvere... cadono sul pavimento. A volte anche mosche morte. E il laniccio, come quello che si accumula sotto i mobili. Ci provi, se gliene capita l’occasione. Invece questi prodotti...”
Con uno sforzo repentino abbrancò il computer, lo rovesciò, lo agitò.
Sbuffando, con la faccia paonazza, lo rimise a posto. Si ricompose aggiustandosi le falde della giacca e fece un gesto svolazzante con la mano aperta, alla maniera dei prestigiatori, indicando la moquette assolutamente pulita: “Visto?”
Ma subito si rabbuiò, e si morse il labbro inferiore.
“Uhm. Lei è ancora dubbioso,” disse. “Venga, si sieda.”
Mi condusse alla scrivania, mi invitò a sedere di fronte a lui e mi scrutò con attenzione.
“Quanti anni ha?”
“Trenta.”
“Ah! Sembra molto più giovane.”
“Sì, lo so.”
“Bene, bene, bene. Posso chiederle cosa fa nella vita?”
“Sono disoc...Sto cercando lavoro.”
“Eh, già, già, coi tempi che corrono non è facile trovare un posto...E’ laureato?”
“No. Ho fatto qualche anno di università, pedagogia, ma poi ho lasciato perdere.”
“Eh, già, già, poche prospettive. E poi, diciamoci la verità, pedagogia è...Suvvìa, con tutto il rispetto, son cose da donne.”
Arrossii: “Eh, forse sì.”
Estrasse una stilografica da un portapenne di vetro.
“Ha svolto qualche attività, nel frattempo? Lavori saltuari, dico...”
“Beh, no. Cioè...cosucce. Per esempio per qualche mese ho...ehm...pitturato soldatini di piombo. Per i plastici, sa...”
“Oh! Interessante! Beh, certo, dà proprio l’idea di un’occupazione provvisoria,” disse, accomodandosi meglio sulla soffice poltrona di pelle.
“...Dunque mi diceva che adesso ha la possibilità di lavorare con il computer. Amministrazione? Design? Disegno tecnico? Grafica pubblicitaria?”
“Sarebbe...Farei cose tipo manuali d’istruzioni e così via....”
“Ah, manualistica! Manualistica! Bene! Ha fatto o sta facendo un corso, immagino.”
“Veramente mi sta insegnando mio cugino. Lui conosce il disegno tecnico e cose del genere. E’ un libero professionista.”
Sorrise: “Eh! I cugini! Tutti abbiamo un cugino che ne sa più di noi!”
Improvvisamente si fece pensieroso e cominciò a picchiettare la penna sul palmo della mano.
“No, sa perché le faccio tutte queste domande? Perché mi dispiace vedere un giovane come lei, evidentemente serio e intelligente così...Così insicuro, così incerto.”
Fece un breve sospiro e proseguì: “Dica la verità: a lei di questo lavoro non gliene frega niente.”
Mi guardò negli occhi: “Da uomo a uomo: a lei proprio non interessa, dica la verità.”
Arrossii di nuovo: “Ma...veramente...”
Lui fece spallucce: “Massì, massì...Per i soldi. Per dire che si fa qualcosa, che ci si guadagna il pane, magari con la prospettiva di sistemarsi, di sposarsi...”
Protese il busto verso di me: “Cazzate!” Sibilò. “Se non c’è la passione...Cazzate!”
Si ributtò indietro: “Scusi la volgarità.”
Restò in silenzio, rimuginava.
“Mio figlio,” mormorò. “Mio figlio studia medicina. Così... perché gli piaceva spulciare l’enciclopedia medica. Non sa nemmeno staccarsi un cerotto. S’è messo in testa di fare il medico. Come se non ce ne fossero abbastanza. E’ stato respinto all’esame di istologia. Non era preparato. E’ già la seconda volta che ci prova. Di questo passo finirà l’università quando sarà vecchio e stanco...come me.”
Si passò una mano tra i capelli: “Non era preparato,” ripeté. “Eh, già. E io? Sa cosa gli ho detto, io? L’ho preso da parte e gli ho detto: ‘Va bene. Nessun problema. Succede. E’ normale. Ma ora devi rimboccarti le maniche e decidere una volta per tutte cosa vuoi fare. Vuoi tirare avanti alla meno peggio sperando in un colpo di fortuna, o vuoi veramente realizzare qualcosa, costruire la tua vita? Vuoi essere un bambinone che vive alla giornata o vuoi essere...un uomo?’ ”
Annuì lentamente, soppesando la verità del suo monito.
“E così dico a te,” soggiunse. “Per il tuo bene. Perché potresti essere mio figlio.”
Serrò tre o quattro volte le mascelle, ritmicamente; con foga improvvisa si sporse in avanti, tanto che per lo spavento arretrai sulla sedia, e fece l’atto di stringere in mano un globo invisibile: “Chi è padrone di se stesso è padrone del mondo intero!” disse con voce strozzata.
S’impettì, mi guardò ben bene: “Io vorrei che tu dicessi: ‘Okay, finora ho scherzato, ma d’ora in poi, cazzo, sarò UN UOMO!” esclamò, battendo il pugno sulla scrivania.
Poi, sfinito, s’abbandonò contro lo schienale, s’infilò la stilo nel taschino e intrecciò le dita sul ventre: “Ora vai,” disse, ormai placato: “Questi prodotti non fanno al caso tuo. Sono il top. Quando sarai un uomo verrai qui e mi dirai: “Ce l’ho fatta, sono un uomo, adesso voglio il top .’ ”
Si alzò, mi alzai, mi tese la mano e me la strinse forte, poi mi diede un affettuoso scapaccione: “E sii più deciso! Hai trent’anni d’esperienza in questo porco mondo! E sorridi, perdìo, che c’hai un bel sorriso!”
Sono passati cinque anni, da allora. A volte mi sento vecchio, ma ci si può sentire vecchi senza per questo sentirsi maturi.
Comunque il top...Il top ancora non lo voglio, non mi interessa. Povero Tirinnanzi, se mi vedesse ora! Ho un PC che fa un baccano d’inferno, e forse se lo rovescio escono strane cose. Sorrido poco, e solo se mi va. La Superwave ha chiuso.




