NEVICA
“Nevica!” disse. Si strinse la cintola dell’accappatoio e si affrettò verso la finestra. Ancora tra il sonno, mi alzai dal letto e le andai accanto. La neve cadeva obliqua, abbondante, e già cominciava a coprire gli orli dei davanzali e i balconi degli antichi palazzi, spruzzando di bianco, come per scherzo, la loro austerità.
“Bello!” dissi. “Mi piace la neve.”
“Anche a me,” disse lei, mordicchiandosi il labbro inferiore. Non potei trattenermi da darle un bacio sulla guancia. I suoi capelli ancora umidi profumavano di shampoo aromatico. Guardavo ora la neve, ora il suo profilo.
Lei non badava a me, osservava lo spettacolo, incantata, e premeva appena la punta dell’indice sul vetro leggermente appannato dal suo respiro, come per indicare qualcosa là fuori. L’unghia era tagliata corta, un pochino smangiucchiata.
“Sei fortunata,” dissi. “E’ raro vedere Firenze sotto la neve.”
Fece una risatina compiaciuta e si immerse di nuovo nella sua contemplazione.
Così assorta, la bocca dischiusa, le gote rosse, sembrava una giovinetta di Renoir.
E io non potevo darle altro che appuntamenti in segreto e fugaci incontri in camere d’albergo.
“Anch’io sono fortunato, a essere qui con te,” mi sorpresi a dire.
Si sciolse in un sorriso e si abbandonò alle mie carezze. Socchiudemmo gli occhi e ci strusciammo l’un l’altra come gatti, lasciando crescere di nuovo il desiderio.
Mi misi dietro di lei e le abbassai il bavero dell’accappatoio, facendoglielo scivolare lungo le spalle, le presi fra le mani i seni nudi e lei premette le sue mani contro le mie, come per sentirsi totalmente protetta.
La baciai alla base del collo: rabbrividì.
“Hai freddo?” le chiesi, con falsa ingenuità. Fece no con la testa, nella sua ingenuità vera. Provai una gran tenerezza. La spogliai del tutto, lasciando cadere l’accappatoio sulla moquette. Lei si inarcò all’indietro, poggiando la testa sulla mia spalla, e restammo così, a cullarci in quell’attimo di sospensione, ascoltando il silenzio della neve.
Non so che darei per rivivere quel momento, adesso.
Ma quella felicità troppo perfetta sfiorì subito, soffocata dall’ansia di non perdere tempo, di gustare con voracità ogni minuto che avevamo a disposizione.
Più tardi la chiazza di condensa sul vetro si era allargata tanto da coprire la visuale. Lei, nella frenesia del godimento, vi premé la bocca aperta.
L’impronta di quel bacio rimase più a lungo di noi, che di lì a poco dovemmo partire.
Fu la prima e l’ultima volta che vedemmo insieme la neve.
“Nevica!” disse. Si strinse la cintola dell’accappatoio e si affrettò verso la finestra. Ancora tra il sonno, mi alzai dal letto e le andai accanto. La neve cadeva obliqua, abbondante, e già cominciava a coprire gli orli dei davanzali e i balconi degli antichi palazzi, spruzzando di bianco, come per scherzo, la loro austerità.
“Bello!” dissi. “Mi piace la neve.”
“Anche a me,” disse lei, mordicchiandosi il labbro inferiore. Non potei trattenermi da darle un bacio sulla guancia. I suoi capelli ancora umidi profumavano di shampoo aromatico. Guardavo ora la neve, ora il suo profilo.
Lei non badava a me, osservava lo spettacolo, incantata, e premeva appena la punta dell’indice sul vetro leggermente appannato dal suo respiro, come per indicare qualcosa là fuori. L’unghia era tagliata corta, un pochino smangiucchiata.
“Sei fortunata,” dissi. “E’ raro vedere Firenze sotto la neve.”
Fece una risatina compiaciuta e si immerse di nuovo nella sua contemplazione.
Così assorta, la bocca dischiusa, le gote rosse, sembrava una giovinetta di Renoir.
E io non potevo darle altro che appuntamenti in segreto e fugaci incontri in camere d’albergo.
“Anch’io sono fortunato, a essere qui con te,” mi sorpresi a dire.
Si sciolse in un sorriso e si abbandonò alle mie carezze. Socchiudemmo gli occhi e ci strusciammo l’un l’altra come gatti, lasciando crescere di nuovo il desiderio.
Mi misi dietro di lei e le abbassai il bavero dell’accappatoio, facendoglielo scivolare lungo le spalle, le presi fra le mani i seni nudi e lei premette le sue mani contro le mie, come per sentirsi totalmente protetta.
La baciai alla base del collo: rabbrividì.
“Hai freddo?” le chiesi, con falsa ingenuità. Fece no con la testa, nella sua ingenuità vera. Provai una gran tenerezza. La spogliai del tutto, lasciando cadere l’accappatoio sulla moquette. Lei si inarcò all’indietro, poggiando la testa sulla mia spalla, e restammo così, a cullarci in quell’attimo di sospensione, ascoltando il silenzio della neve.
Non so che darei per rivivere quel momento, adesso.
Ma quella felicità troppo perfetta sfiorì subito, soffocata dall’ansia di non perdere tempo, di gustare con voracità ogni minuto che avevamo a disposizione.
Più tardi la chiazza di condensa sul vetro si era allargata tanto da coprire la visuale. Lei, nella frenesia del godimento, vi premé la bocca aperta.
L’impronta di quel bacio rimase più a lungo di noi, che di lì a poco dovemmo partire.
Fu la prima e l’ultima volta che vedemmo insieme la neve.




