venerdì, 05 gennaio 2007
IL GENIO DELL’INNAFFIATOIO

“Bòno, eh?”
“Bòno.”
I bassi di Hotel California degli Eagles rimbombano nella Uno metallizzata.
La macchina è parcheggiata un po’ in disparte, davanti a un condominio di periferia. Nell’ombra fumosa che riempie l’abitacolo palpita un puntino di brace rossa. I due ragazzi seduti in macchina hanno la faccia seria, un po’ sonnolenta. Quello grassoccio, al posto di guida, ha capelli rossi lunghi fino alle spalle, occhietti furbi e bocca a taglio: “Te la ricordi la tv dei ragazzi?”
Quello magro annuisce. Mollemente appoggiato al bracciolo dello sportello, tiene tra le dita una canna fabbricata alla meno peggio.
“Io guardavo sempre Il genio dell’innaffiatoio,” dice il rosso. “C’era questo tizio, il commesso di un antiquario, non mi ricordo bene, che aveva ‘st’innaffiatoio e quando lo sfregava per pulirlo appariva il genio col turbante in testa, e c’era il padrone del negozio che pensava di avere le allucinazioni e allora faceva così…”
Comincia a roteare la testa e le pupille.
“Faceva la ginnastica per gli occhi, capito? Per guarire dalle allucinazioni.”
Sbotta a ridere e dà dei pugni sul volante: “Ih! Ih!” - TUMP! TUMP! - “Era stuuupendo.”
Il magro sorride con aria sognante: “Io invece mi ricordo un cartone animato, ma allora c’erano già le tv private… si intitolava Clutch Cargo.”
Il rosso ha un sobbalzo: “Clutch Cargo! Ih! Ih! Ih!” - TUMP! TUMP! - Rasoterra! Ti ricordi? Il bassotto!” Il rosso sghignazza, tossisce, si dimena sul sedile: “George della giungla!”
“… E subito dopo, Superpollo.”
Il rosso sembra dover scoppiare di gioia: “La supersalsa! La supersalsa!”
“… E alla fine, dulcis in fundo… Tom Slick!”
Immersi nella nube di fumo canterellano una sigletta idiota. “To-om Slick! To-om Slick!”
“Che stronzata!”
“Demenziale!”
“Pazzesco.”
“Ehhh, bei tempi!“
“ ’Nsomma, mica tanto, io ero già alle medie…”
“Anch’io.”
“Beh, sempre meglio di ora.”
“Già. Io ho una teoria. Da quando m’è spuntato il pelo addosso, non son stato più bene.”
“Può darsi. E’ una teoria plausibile. Il sistema endocrino e cazzi vari.”
“Gli ormoni! Tuuutta colpa degli ormoni.”
“Oh, questo fumo dà.”
“Maiala, se dà!”
Il rosso struscia con frenesia la mano sul parabrezza per spazzare via la condensa e guarda, da sotto in su, verso una finestra del palazzo, un rettangolo di luce gialla, fioca come quella d’un abat-jour.
Anche l’amico si curva in avanti, scruta la finestra attraverso il vetro appannato: “Quand’ero piccino c’era un gioco, il sabato pomeriggio. Il Dirodorlando. Ettore Andenna era, il presentatore.”
“Ettore Andenna. Giochi senza frontiere! Il fil rouge… ”
“Sì, lui. E in questo Dirodorlando c’era un linguaggio tipo medievale, no? Per esempio per dire quanto avevano vinto... il punteggio, no? Dicevano: ‘la ciangotta’. E cose del genere. Era bellissimo.”
“Ma ti ricordi i pupazzi animati? Di gommapiuma.”
“Ah, sì. Li guardavo sempre. Si muovevano… come Topo Gigio… Sullo sfondo scuro.”
“Non le ridanno più queste cose.”
“E anche se le ridanno non è più lo stesso. Pippi Calzelunghe l’ho rivisto, ma non m’è sembrato un gran che. Non c’è più magia.”
“Sì, è vero.”
“Siamo cambiati noi, mi sa.”
“Mi sa anche a me.”
“O forse ci sono troppe cose in tv. Troppe. Prima ce n’era poche.”
“Infatti.”
“La strana coppia… Max Smart,” elenca il magro, con voce stanca.
“Agente ottantasei. Fffantastico.”
Il rosso preleva lo spinello con uno svolazzo della mano, a mignolo alzato. Nel retrovisore si specchiano i suoi occhi strizzati, da gatto, mentre gusta la tirata.
“Chi l’avrebbe detto a quell’epoca, che un giorno mi sarei ritrovato qui come un cretino a…” Si volta di scatto verso l’amico: “Che cazzo ci faccio, qui, eh?” Chiede in tono di recriminazione.
L’altro valuta la risposta e spiega, come a un bambino: “Sei innamorato della Claudia e come ogni sera sei venuto qui sotto casa sua per guardare la sua stupida finestra.”
“E’ un rito,” ammette il rosso, con disappunto.
“Lo so.”
“E mi sento anche una merda perché ti coinvolgo anche te. Basta! Andiamo via!”
Fa per girare la chiave dell’accensione, ma indugia un attimo di troppo.
Il magro gli posa una mano sul braccio: “No, lascia stare, non mi dispiace star qui… e poi non ho voglia di tornare a casa.”
“Che devo fare? Che devo fare, Rico? Io ci divento matto!”
“Sei solo innamorato.” Rico tira fuori di tasca una cassetta: “Ho portato questa.”
Il rosso si sporge per esaminare la copertina, approva con un cenno del capo: “Mettila.”
L’altro si china verso l’autoradio, preme il tasto eject troncando l’assolo di Hotel California. Depone la cassetta sul ripiano del cruscotto, con delicatezza: “Mi spiace,” mormora. Ma il tono è risoluto.
“Oh, non importa, gli Eagles li tengo per lei… ”
“Apriamo un attimo i finestrini, facciamo uscire un po’ di fumo, va’.”
Ora farfugliano un po’, come ubriachi. Abbassano i vetri per cambiare l’aria. Il rosso si sbatte via di dosso dei residui di cenere.
“Eh, sì, sei proprio cotto,” sentenzia Rico, e non si sa se si riferisce al suo amore per Claudia o all’ebbrezza dell’hashish. Rabbrividisce, richiude il finestrino, subito imitato dall’amico. Inserisce la sua cassetta e preme il play. Parte un pezzo acustico struggente: No expectation, dei Rolling Stones.
“Tu pensa, il novanta per cento delle cassette che ho in macchina sono per lei, " dice il rosso. "Ho perfino Amedeo Minghi.”
“Carino da parte tua.”
“Che fai prendi per il culo?”
Il ross dà un’altra ripulita al parabrezza e riprende a sorvegliare la finestra illuminata: “Chissà che sta facendo, ora.”
“Forse sta telefonando al Pieri.”
“Stronzo. Insensibile.”
“Eddài! E’ che sei buffo. Stare qui mezz’ora tutte le sere e mai una volta che lei si affacci, o che si possa vedere. Per me accende la luce apposta e poi se ne va di là a guardare la televisione.”
“Ma no! E’ distesa sul letto e legge un libro.”
“Ah, sì? Che libro?”
“Ih! Ih! Ih! E che ne so? Piccole donne.”
“In pigiama?”
“Cazzo ne so? Ssseh, in pigiama, perché no?”
“E com’è questo pigiama? Hm?”
“Boh? Rosa.”
“Macché! Ha gli sciatorini.”
“Eeeh?!”
“Gli sciatori disegnati sopra. Taaanti sciatorini tutti gobbi che vanno in discesa dappertutto sul suo corpo.”
Il rosso ricomincia a ridere dando delle gran botte al volante.
“Passa la canna, vai,” dice Rico.
Il rosso fa un altro tiro avido e porge lo spinello. Poi diventa improvvisamente serio: “Ma te non t’innamori mai?”
Rico tace, l’altro insiste, più conciliante: “No, davvero… com’è che non t’innamori mai?”
Rico dà una tirata nervosa, sbatte le palpebre: “E te che ne sai? Che hai paura, che sia frocio?”
“Ma che c’entra?!”
Rico inala una gran boccata e rende la canna in fretta, come se gli bruciasse le dita, trattiene il fumo a lungo e poi lo soffia fuori con forza.
“Sì, che sono stato innamorato,” ammette. Chiude gli occhi e si lascia fluttuare nello stacco chitarra-pianoforte degli Stones.
“E di chi?”
“… Cosa... ”
“Di chi, sei stato innamorato?”
Rico apre gli occhi. Vetro, foschia, un alone iridescente intorno al globo di un lampione.
“Di diverse ragazze. Forse troppe. Come la televisione. Troppe cose. Troppe.”
Richiude gli occhi.
“Anche… di lei?”
Rico, lentamente, annuisce.
“Anche adesso?”
Rico si stringe tra le proprie braccia. Aspetta. Comincia a ridacchiare tra sé, come se in un dormiveglia ricordasse un fatto buffo: “Hm, hm. Anche adesso.”
Il rosso, una spalla appoggiata al finestrino, lo sta guardando con la tenerezza incantata con cui si guardano a volte i bambini. Poi si raddrizza e sbotta in una risata sibilante sbuffando il fumo a tratti: “Porca vacca, siamo messi mica male, tra tutti e due!” Alza l’indice con aria saputa: “Ti dirò, l’avevo sospettato.”
Rico si sporge in avanti, agguanta il nastro degli Eagles, lo richiude nell’involucro e getta uno sguardo furtivo alla finestra illuminata: “Sai com’è. Non ho la macchina. Approfitto del passaggio.”
“Genio!” Esclama il rosso, scuotendo la testa.
“Ssseh, il genio dell’innaffiatoio.”
I got no expectations to pass through here again, canta Mick Jagger.
“Ne vuoi ancora?”
“No, basta così.”
Il rosso butta il mozzicone fuori dal finestrino e mette in moto. La Uno esce dal parcheggio portandosi via le ultime note della canzone.
Il condominio rimane abbandonato al silenzio e al buio. Nel riquadro della finestra un’ombra ingigantita, proiettata su una parete, passa e va come un fantasma. La luce si spegne.
by trenoacolori | commenti (1)
Commenti
#1    06 Gennaio 2007 - 17:06
 
Letto, e apprezzato.
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