domenica, 17 dicembre 2006
PICCOLE COSE MORTE

Di solito era lei a chiamare, dopo pranzo. Di solito era lei a chiamare sempre. Quel giorno non chiamò. Le telefonai. Rispondeva a monosillabi.
“Cos’hai?”
“Niente”
Silenzio.
“Dài, dimmelo.”
Silenzio.
“Vengo da te così ne parliamo,” le dissi.
Nessuna risposta.
Stavamo insieme da alcuni mesi, ma io continuavo a tenermi le cose dentro. A volte provavo a dire qualcosa, ma forse lo facevo senza una vera partecipazione, come se non parlassi di me, ma di qualcun altro. Lei mi pareva distratta, annuiva così per fare. Allora preferivo ascoltare lei, accontentarmi di elargirle consigli come uno che sa già tutto, e da un sacco di tempo, e che mantiene la razionalità in ogni situazione.
Eppure quella volta, al telefono, mi sentii spiazzato. Ipotesi catastrofiche mi balzarono alla mente. E’ arrabbiata con me. E’ accaduta una disgrazia. Un lutto in famiglia. E’ incinta.
Mi vuol lasciare, conclusi, e mi sentii impallidire, preso dal panico.

Faceva caldo, in macchina. Ero così immerso nella preoccupazione che non provai nulla quando un altro automobilista, sorpassandomi, strombazzò il clacson e mi insultò, e non battei ciglio quando mi si parò davanti una coppia di ciclisti che occupava mezza corsia.
Lei mi aprì la porta e mi lasciò entrare come si lascia entrare un gatto importuno. Subito mi voltò le spalle e tornò nella sua stanza. Sua madre era in salotto, seduta sul divano, e guardava la tv. La porta del salotto era aperta, la signora mi sorrise e dovetti darle la buonasera.
Avevo fatto dieci chilometri e tre piani di scale sapendo di andare incontro a un tormento ineluttabile, ma quel saluto cortese era uno sforzo ancora più gravoso.
Lei nel frattempo si era distesa bocconi sul letto, col viso sprofondato tra le braccia. Aveva indosso la canottiera verde smeraldo e i pantaloncini bianchi. Mi avvicinai quasi in punta di piedi, mi accoccolai accanto al letto e mormorai le stesse domande che le avevo fatto al telefono.
Non si mosse, né disse nulla. Mi rispose invece il tedio del pomeriggio: il parlottio del televisore nell’altra stanza, le risatine di sua madre, le grida di alcuni ragazzi che giocavano a pallone giù nel prato.
Le accarezzai i capelli e la nuca. Aveva la pelle sudaticcia ma fresca.
Io provavo timore, fatica e rabbia intorpidita, ma il mio tocco si manteneva calmo e fluido. Speravo che lei ne fosse ingannata e cedesse a quella tenerezza tattile.
Per uscire da quell’ottundimento cominciai a guardarmi intorno, senza però smettere il mio lavoro di carezze. Un’ampia luminosità veniva dalla porta finestra e appiattiva contro il muro il mobiletto dell’impianto stereo. Appesi alla parete il faccione imbronciato di Eros Ramazzotti, la mensola coi libri di Calvino, Vittorini, Cassola e altre letture scolastiche, la foto che ci ritraeva insieme, con le torri di Bologna sullo sfondo... La marmotta di peluche col cappello da montanaro, souvenir della Val d’Aosta, aveva uno sguardo più stupido del solito.
Cento volte avevo visto quegli oggetti, mai con l’obiettivo distacco di quel momento. Perché le altre volte erano vivi, e non c’era da farci caso. Ora invece erano piccole cose morte, e avrei potuto contare i granelli di polvere che vi erano depositati sopra.
Dovevo sbloccare la situazione, in qualsiasi modo.
Mi alzai e mi spogliai con cautela, attento a non far tintinnare la fibbia della cintura.
Lei non si accorse di niente, o finse di non udire il fruscio dei vestiti.
Mi distesi accanto a lei, le cinsi le spalle con un braccio e la costrinsi, con dolcezza, a voltarsi di fianco. Mi lasciò fare, ma tirò su le ginocchia assumendo la posizione fetale. Io mi appiattii contro la sua schiena, ricalcando la sua forma, e cominciai ad accarezzarla.
Guardavo la mia mano strisciare avanti e indietro seguendo la sinuosità del suo fianco, e mi sembrò la mano di un uomo troppo rozzo di cuore e di mente per lenire il dolore di una ragazza.
Lei non si mosse, e io conobbi la vergogna della nudità.
‘Sporca egoista,’ pensai, spingendomi con più forza contro di lei. ‘Non ci cammino più con te mano nella mano.’
La baciai sul collo. Non ebbe alcuna reazione.
‘Ti prego, ti prego,’ pensai, appoggiando la fronte nell’incavo della sua nuca. ‘Dimmi qualcosa, dimmi qualcosa adesso, per favore aiutami, perché non ce la faccio io da solo.’

‘Ma sono già solo,’ pensai. ‘Lo sono sempre stato. Dov’era lei, prima? Prima di lei, prima delle altre, quando avevo davvero bisogno di qualcuno?’
Mi distaccai, mi distesi supino e rimasi per un po’ a fissare il soffitto. L’aria si era fatta soffocante, i miei pensieri evaporavano subito, riducendomi a un corpo inerte.
Cominciavo a diventare come lei.
Spinto da un istinto di sopravvivenza, la scavalcai e mi rivestii.
Rimase immobile, sembrava che dormisse. Osservai la sua mano che sporgeva dal letto, semichiusa, abbandonata nel vuoto.
Uscii sul balcone. Cercai di non badare alle bestemmie dei ragazzi nel prato e rimasi per un po’ ad ascoltare gli uccelli che, nascosti tra gli alberi, cinguettavano una gaia e insensata polifonia, come a ribadire la distanza fra il nostro mondo e il loro.
Tornai dentro e mi chinai su di lei.
Tentai un’ultima volta, nel tono più suadente che mi riuscì: “Mi dici cos’hai?”
Lei si mosse, ma solo per rimettersi bocconi, come l’avevo trovata entrando nella stanza. Me ne andai.
Quando passai davanti al salotto sua madre, seduta a braccia conserte e caviglie incrociate, rise di una battuta di qualche telefilm. Stavolta non la salutai, ma la porta d’ingresso, chissà perché, la richiusi piano, con lentezza, come se mi dispiacesse.
Scesi le scale, uscii in istrada, m’incamminai verso la macchina, abbacinato dal sole.
Non ho mai saputo cosa avesse, lei, quel giorno. Né glielo chiesi mai più. Non volevo tornare a rovistare tra le piccole cose morte.

by trenoacolori | commenti (3)
Commenti
#1    18 Dicembre 2006 - 09:49
 
credo che nella vita ci si debba aspetare sempre ciò che si da. se l'io della storia non si apre è probabile che lei non si senta stimata abbastanza...a me è capitato.ma c'è anche una sorta di piacere nel torturare l'altro, che si chiede, che ti chiede....e allo stesso momento una paura che lui possa disinteressarsi all'istante.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente jayperry

#2    19 Dicembre 2006 - 19:49
 
sì jay, ci sono questi meccanismi che dici tu... però non è chiaro perché se uno non si apre l'altro non si sente stimato... ci sono individui che si aprono con tutti, compreso il fruttivendolo, ma non mi pare sia un segno di stima nei confronti dell'interlocutore, non vedo il nesso.
comunque, si sente la musica di sottofondo?
utente anonimo

#3    21 Dicembre 2006 - 11:51
 
no, non si sente. ed il senso di disagio può nascere dal fatto che il tuo fidanzato che ti ama non si apre con te: perché?non si fida?non vuole renderti partecipe della sua storia?
anch'io diffido di chi parla troppodi se. però a volte è perché si cerca qualcun o che almeno ci dia la parvenza di ascoltarci.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente JennyG

Commenti
| commenti (3)(popup)
Link | categoria: