venerdì, 08 dicembre 2006
SULL’ARGINE

Mi voltai indietro. Monica procedeva con cautela per non scivolare. L’erba guazzosa, schiacciata dai nostri passi, emetteva una specie di squittio.
“Blah! Che puzza!” disse Monica. “Ma proprio qui mi dovevi portare?”
“Tra un po’ ti ci abitui.”
Il canale di scolo, giù in basso, era gonfio di un’acqua nerastra, si insinuava tra i campi come un serpente e finiva presso un grumo di case dominate da un campanile.
Non c’era nessuno in giro, forme nerastre di casolari isolati in mezzo ai campi.
Un cane, lontanissimo, abbaiò. Poi tacque.
Arrivammo a un piccolo rudere, in bilico sul bordo dell’argine.
Udii un gridolino alle mie spalle: Monica era sdrucciolata per terra.
“Cazzo!” sibilò, guardandosi le mani sporche d’erba e fango.
L’aiutai a rialzarsi e le raccolsi la borsetta. Si era insudiciata la gonna. Cercai di pulirgliela con la mano ma lei mi scacciò.
“Scusa,” le dissi. “Ma anche te, a metterti i tacchi alti... te l’avevo detto che si andava in campagna.”
“E questo ti pare campagna?” Disse, stropicciandosi con un kleenex. “Questo fosso... di merda?”
Andò ad appartarsi sul ciglio dell’argine, le braccia incrociate sul petto.
Fissava un tubo di cemento che sbucava dalla ripa opposta e rigurgitava nel canale uno scroscio d’acqua: chiazze di luce oleosa si rompevano e oscillavano tra la schiuma biancastra.
Poi il flusso si esaurì e la pianura ricadde nel silenzio.
Mi avvicinai a Monica da dietro e le posai le mani sui fianchi. Aspettai. Le scostai con la bocca un ciuffo di capelli e le soffregai le labbra sulla guancia.
Non protestò, anzi reclinò la testa di lato, offrendo il viso a baci più appassionati.
Le sbottonai la camicia, le scoprii il collo, le spalle, le infilai le mani dappertutto, accarezzando e palpando la sua carne bianca e grassoccia, da bambina viziata. Di tanto in tanto emetteva un gemito, che sempre si spegneva in quella solitudine.
Ci placammo un po’, restammo a contemplare il letto erboso dei campi, orizzontalità interrotta da pochi elementi verticali: un palo della luce, una coppia di cipressi lontani, remote cime di monti che sembravano consumarsi in fumo.
Sentivo il tepore del sole sulle palpebre chiuse, dal fosso salivano zaffate di miasma, che svanivano presto.
Un tonfo improvviso ci fece trasalire: un ratto che si tuffava nel canale.
Allora la voltai bruscamente e la baciai in bocca. La presi per mano, stringendo forte, e la portai verso il rudere, quasi trascinandola. Mi tenne dietro sforzandosi di non incespicare tra cespugli e sassi. Il seno, libero nella camicia aperta fino all’ombelico, era scosso da sussulti.
Stavamo per varcare la soglia del rudere quando la campana del borgo cominciò a suonare a morto.
Lente triadi di rintocchi che digradavano di tono, senza speranza.
Ho vissuto a lungo in un paese popolato di vecchi, e quel suono mi è familiare, ma sempre mi riempie di tristezza.
Finsi di non udirlo ed entrai. C’era odore di polvere e legno marcio. Monica mi seguiva un po’ spaventata, stringendo a sé la borsa.
All’interno i rintocchi giungevano smorzati, ma risuonavano più intimi, come un avvertimento.
Spinsi Monica con le spalle al muro e cominciai a spogliarla, a strattoni. Le mutande si impigliarono nel tacco di una scarpa, che rotolò sul pavimento. Lei la tirò a sé col piede nudo e lo infilò di nuovo dentro, appoggiò la schiena all’intonaco umido e sporse il bacino in avanti, tenendo le gambe flesse e divaricate.
Tre rintocchi... una pausa... tre rintocchi... I nostri respiri, il fruscio dei vestiti, lo struscio delle suole riverberavano convulsamente nella casa vuota.
Brancolavo, quasi non vedevo più il suo corpo, che era diventato come l’ombra incerta delle pareti.
Cercai invano il luccichio dei suoi occhi. Niente.
La campana seguitava a martellare, non mi dava pace.
Tre rintocchi... silenzio... tre rintocchi...
Mi buttai in ginocchio e sprofondai il viso tra le sue cosce.
by trenoacolori | commenti (1)
Commenti
#1    10 Dicembre 2006 - 13:27
 
eh!ma pure te!!!sull'argine vai afare 'ste cose??? ^____^
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