sabato, 02 dicembre 2006
COLPI DI TOSSE

Per la terza volta fui svegliato dai colpi di tosse.
Era sempre così quando passavo la notte a casa di mio padre. Finti colpi di tosse, per attirare l’attenzione. Faceva lo stesso anche con mia sorella Rita.
Aprii gli occhi nel buio, mi strappai di dosso la coperta, mi alzai dal divano e andai in camera di mio padre, accesi la luce assestando un pugno sull’interruttore e mi avventai su di lui, lo afferrai per il bavero del pigiama e lo scossi come un pupazzo: “Allora, che hai da tossire, eh? Cos’hai? Il catarro, la bronchite, la polmonite, il cancro?”
Lui teneva gli occhi stretti a difesa dalla luce ed emetteva dei mugolii sommessi.
“Sei un piagnone, ecco cosa sei! Lo sei sempre stato. L’hai ammazzata tu, la mamma, con le tue smanie, i tuoi scatti violenti, e coi tuoi stupidi colpi di tosse. E ora vorresti portare via un po’ di vita anche a noi, vero? Ma io non sono come la Rita, povera disgraziata. Ci hai messo sotto i piedi finché hai potuto, e ora ci rompi l’anima con le tue finte malattie. Ogni volta che fai uno starnuto pretendi qualcuno a farti da balia. ‘Muoio! Muoio!’ Sono trent’anni che ripeti la solita solfa! Ma perché non ti levi dai coglioni per davvero, vecchio stronzo! ”
Lui gemeva in un tono sempre più stridulo.
Distolsi lo sguardo dalla sua bocca, che priva di dentiera sembrava un grosso sfintere allentato, e guardai la sua mano. Le punte delle dita fremevano mentre tormentava la coperta con deboli pizzicotti, come se stesse cercando di togliervi qualche peluzzo.
Al polso aveva ancora l’orologio fuori moda, col bracciale di metallo, che gli avevo regalato alcuni anni prima, quando ne avevo comperato uno più moderno. Gli piaceva perché riusciva a distinguere chiaramente i numeri sul quadrante.
Chiamava sempre me per rimettere la data, lui non ne era capace. A volte mi telefonava apposta.
Guardai la lancetta dei secondi che girava a scatti quasi impercettibili sotto il vetro graffiato, la coroncina della carica che tante volte avevo fatto girare mentre lui, seduto in poltrona, mi osservava assorto, il collo proteso, gli occhi a fessura, come se cercasse di immedesimarsi in me e compisse l'operazione al mio posto.
E rivedendo quell'immagine mi passò la voglia di litigare, e mi sentii vuoto, disfatto, come se fino a quel momento soltanto il rancore mi avesse tenuto insieme.
Senza accorgermene avevo allentato la presa, e lui aveva adagiato di nuovo la testa sul cuscino. Teneva gli occhi chiusi, sollevando e abbassando piano il torace sotto il lenzuolo, con le braccia distese lungo i fianchi, come un malato in un letto d'ospedale.
Mi ritirai in punta di piedi, spensi la luce e tornai in salotto. Mi buttai sul divano, mi rannicchiai sotto il plaid e chiusi gli occhi.
Restai in ascolto per qualche momento, ma non si udiva che il ticchettio della pendola. Nessun rumore dall’altra stanza, nemmeno un fruscio di coperte o un altro finto colpo di tosse.
Riaprii gli occhi, col fiato sospeso.
Poi uno strascicar di pantofole, sempre più vicino. Rimasi immobile. Non mi mossi neanche quando la sua mano aperta mi colpì alla cieca sulla schiena, sul fianco, sulla testa. Fu come ritornare bambino, quando mi picchiava, però a differenza di allora non provai dolore, ma una specie di dolcezza, e quando la casa ripiombò nel silenzio mi addormentai assaporando il tepore del cuscino umido di lacrime.
Il giorno dopo fu come se niente fosse accaduto.
by trenoacolori | commenti (2)
Commenti
#1    10 Dicembre 2006 - 13:25
 
i genitori sono spesso egoisti,e ci manovrano facendo leva sui sensi di colpa.hai mai pensato:in fondo sei tu che mi hai messo al mondo per soddisfare la tua voglia di sentirti come tutti:utile,capace di procreare,di lasciare i tuoi averi in mani sicure?hai pensato,michele,che il vero egoismo è volere i figli e non il contrario?
ma questo è cinismo. solo riflessioni stance e ciniche.scusami.in fondo la vechiaia ci rend etutti vulnerabili.e l'autorità, esaurito l'amore su cui esercitarlo, vili e meschini.un bacio.
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#2    20 Dicembre 2006 - 22:27
 
sì, jenny, ci ho pensato
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