DI NOTTE ALLA STAZIONE
Mi piace andare alla stazione di notte, alla stazione del mio paese. E’ minuscola e sembra fatta con le costruzioni. E’ quasi una stazione fantasma, perché ci si fermeranno due treni al giorno, non di più. Mi piace stare davanti ai binari di notte. Mi sento molto solo, però in un modo speciale. Se uno si sente solo in un modo speciale, a volte diventa poeta, e può trovarci chissà cosa, nell’odore di traversine catramate
Guardo la ferrovia, l’intreccio delle rotaie e mi perdo nel labirinto di pali di ferro e di fili dell'elettricità. Mi volto a sinistra e poi a destra: lo stesso paesaggio, come allo specchio. Mi dà una bella sensazione... E dopo vado a letto più volentieri.
Di solito non c’è mai nessuno alla stazione, a quell’ora. Invece stanotte c’erano due tizi che si aggiravano intorno al vagone sequestrato dalla polizia, che sta su un troncone di binario.
Avranno avuto una trentina d’anni ciascuno. Uno era alto, un perticone un po’ ingobbito, l’altro aveva una faccia da ragazzo ed era imbacuccato in un montgomery troppo grande per lui, con le dita che gli spuntavano appena dalle maniche. Non ero contento che fossero lì. Mi pareva che avessero invaso il mio territorio.
Loro invece neanche si accorgono di me, e così mi acquatto sotto la pensilina tutta imbrattata di graffiti e li osservo senza farmi notare. Sento che il lungo dice a quello col mongomery: “Hai mai pensato seriamente al suicidio?”
Io drizzo gli orecchi.
“Forse,” risponde l’altro, dopo un attimo di silenzio.
“Io sì, ci ho pensato,” fa lo spilungone. “Chissà come mai l’hanno sequestrato, eh?” dice, dando un colpo con le nocche alla lamiera della carrozza.
“Mah?” fa quello col montgomery. “Forse ci andavano gli extracomunitari.”
“Può darsi” dice lo spilungone. Sospira. “No, sai cosa? E’ che faccio fatica a trovare un senso alla mia vita.”
“Uhm. E io, allora? Tu almeno hai una famiglia, una donna, dei figli,” dice il suo amico. “Insomma, sei utile a qualcuno.”
“Già. I figli,” dice il lungo, come parlando tra sé e sé. “A volte penso che se non li avessi…Mah…E pensare che non li volevo.”
I due passeggiano lungo i binari, vengono nella mia direzione. Spero non mi notino. O forse mi hanno già visto. Beh, ad ogni modo non sembrano curarsi della mia presenza. Guardano lontano, dove le rotaie finiscono nel buio.
Si fermano davanti al casotto di cemento e lo spilungone indica, per terra, la grande lastra di ferro incassata nel marciapiede.
“Oh, guarda, una vecchia pesa!”
Sembra che provi tenerezza, o nostalgia.
“Cos’è? Ci pesavano i vagoni?” fa quello col montgomery.
“Sì, i vagoni merci. C’era uno, in quello stabbiolo, che controllava il peso.”
“Certo che ti piacciono proprio i treni, a te.”
“Sissì.”
“Perché?”
“Non lo so.”
“Fin da bambino?”
“Sì.”
“Fa freddo, eh?” dice quello col montgomery.
“Eh, sì, fa freddo.” Il lungo si accomoda la sciarpa con due strattoni, unisce le mani dietro la schiena, sbattendole forte l’una contro l’altra e prende a camminare a gambe larghe, dondolandosi a destra e a sinistra. Con quel giaccone da marinaio, mi pare un capitano di nave ingrugnito.
“Ti dico la verità,” dice. “Io e Lisa ci saremmo lasciati da un pezzo, se non c’erano i bambini.”
“Uhm,” fa l’amico, con aria un po’ distratta.
“Non le piaccio,” continua l’altro. “C’è poco da fare. Sì, mi vuol bene. E’…come dire…affezionata a me. Ma non mi ama. Non le piaccio.”
“Dici?” fa quello col montgomery. Si porta le mani unite davanti alla bocca e ci soffia sopra per riscaldarsi.
Lo spilungone fa spallucce con falsa indifferenza: “Massì. Le piace un altro…”
“E chi è?”
“Tu.” Dice il lungo. Un ‘tu’ senza espressione, come quando un treno di passaggio manda un fischio breve.
L’altro si volta da un’altra parte, quasi vergognoso, e sta zitto. Poi non ce la fa più: “E come fai a saperlo?” Stavolta è lui che cerca di ostentare noncuranza.
“Perché lo so,” risponde il lungo, e guarda un po' qua e un po' là, col mento in aria, come un turista che ammira il paesaggio circostante.
Quello col montgomery invece tiene gli occhi bassi. Si ficca le mani in tasca. Il lungo fa una mezza giravolta e gli si pianta davanti, gli sta addosso, alto e ricurvo come un palo di ferrovia, e gli ronza in faccia una sfilza di parole fitte fitte, che scoppiettano nel buio come scintille.
Non riesco ad afferrare quello che dice, ma vedo che quello col montgomery tiene indietro la testa, guarda di lato come per cercare una via di scampo.
Per un attimo ho paura che vengano alle mani, ma poi lungo fa un passo indietro, si ricompone e riprende a camminare aggiustandosi le falde della giacca. Si ferma di nuovo, si china a raccogliere qualcosa, esamina l’oggetto: “Ecco, ho perso anche un bottone,” dice, sconsolato. Sospira e fa dietro front. L’altro lo segue mogio mogio.
“Ma è bello sapere che sei padre,” dice. “Tu non puoi capirlo com’è, essere padre. E’ bello sapere che hai due figli che ti vogliono bene, che dipendono da te. Eppure mi sento così…irrisolto,” dice. “Sì. Irrisolto. Irrisolto,” bada a ripetere in tono puntiglioso. “E non perché Lisa non mi ama. Tanto, senti, anche lei certe volte è veramente una palla al piede. Diciamoci la verità, è veramente noiosa, quando ci si mette, eh?”
“Hm, eh, sì,” fa quello col montgomery, imbarazzato.
I due si mettono a sedere sul bordo del marciapiede e fissano i ciottoli tra le rotaie. E’ quello col montgomery che ricomincia a parlare, come di malavoglia, tanto per rompere il silenzio: “Sai, l’altro giorno, per la strada, ho visto una coppia di anziani,” dice. “Marito e moglie. Lui aveva il tubo del catetere che gli usciva dalla patta dei calzoni, e teneva il sacchetto dell’orina penzoloni, un sacchetto trasparente. Ti rendi conto, andare in giro con un sacchetto di piscio in mano?” Dice. “Però c’era la moglie che l’accompagnava, e si tenevano a braccetto. E allora ecco, magari quei due non si amano nemmeno tantissimo, forse leticano sempre, si sopportano a malapena. Forse in gioventù si son fatti le corna a vicenda. Però pensavo…Se sei da solo, dove vai, col sacchetto di piscio? Invece se ci hai una moglie che t’accompagna, è un’altra cosa.”
“Eh, sì, eh,” fa il suo amico.
Quello col montgomery continua: “Io, lo sai, sono sempre stato un po’…com’è che si dice, quando a uno non gli piacciono gli altri?”
Stanno lì a cercare la parola giusta, stringendosi il mento e picchiettandosi le labbra con le dita, finché gli scappa da ridere a tutti e due. Poi il lungo se la ricorda: “Misantropo!”
“Ecco, bravo! Sono un po’ misantropo,” dice quello col montgomery. “Ma questa cosa mi ha fatto pensare”
“Eh, sì, eh,” ripete il lungo.
Poi quello col montgomery si rialza, e l’altro fa lo stesso.
Un lumicino, là in fondo ai binari, s’ingrandisce sempre di più, sempre di più, finché diventa un treno illuminato. Ma è un treno al contrario: davanti le carrozze, il locomotore dietro.
“E’ un treno spinto,” spiega il lungo.
Lo guardiamo passare: procede senza fretta, quasi senza rumore, e porta un solo passeggero, uno spettro, due macchie d’ombra al posto degli occhi.
I due amici non fanno nessun commento. Del resto c’è poco da dire, quando passa un treno. Ti lascia un po’ così. Tu fermo, lui che fila via lontano.
“Sì, effettivamente, quella cosa che mi hai detto…” Fa lo spilungone.
“Del catetere?”
“Sì. Fa pensare”
E quello col montgomery fa sì con la testa e si raddrizza ben bene, come soddisfatto di aver detto qualcosa di importante.
Poi sono entrati nella porta illuminata della sala d’aspetto e sono andati via.
Io sono rimasto lì ancora un po’, perché la mia piccola parte di solitudine mi spettava di diritto.
Mi sono acceso una sigaretta, ho riletto, per la centesima volta, una specie di poema osceno scritto a pennarello su una parete della pensilina, poi ho alzato gli occhi al cielo per cercare la luna. Appena la vedo, una nuvola rugginosa bordata d’argento la copre. Non era serata, via.
Ho buttato il mozzicone e me ne sono andato anch’io. Tornando a casa ho rivisto le solite vecchie cose: i cantieri dei condomini, i lampioni che sgocciolano una luce rossastra sulle strade rattoppate, le cartacce lungo il bordo del marciapiede.
E io lì a seguire la nuvoletta del mio fiato, avanti, avanti, come una locomotiva senza vagoni.
‘Hai mai pensato seriamente al suicidio?’ diceva il lungo.
Una macchina dei carabinieri, passandomi vicino, ha rallentato a passo d’uomo.
Uno dei militi, occhiuto, col pizzetto, ha abbassato il vetro e mi ha squadrato da capo a piedi.
Poi l’auto ha ripreso velocità ed è scomparsa dietro l’angolo.
Mi piace andare alla stazione di notte, alla stazione del mio paese. E’ minuscola e sembra fatta con le costruzioni. E’ quasi una stazione fantasma, perché ci si fermeranno due treni al giorno, non di più. Mi piace stare davanti ai binari di notte. Mi sento molto solo, però in un modo speciale. Se uno si sente solo in un modo speciale, a volte diventa poeta, e può trovarci chissà cosa, nell’odore di traversine catramate
Guardo la ferrovia, l’intreccio delle rotaie e mi perdo nel labirinto di pali di ferro e di fili dell'elettricità. Mi volto a sinistra e poi a destra: lo stesso paesaggio, come allo specchio. Mi dà una bella sensazione... E dopo vado a letto più volentieri.
Di solito non c’è mai nessuno alla stazione, a quell’ora. Invece stanotte c’erano due tizi che si aggiravano intorno al vagone sequestrato dalla polizia, che sta su un troncone di binario.
Avranno avuto una trentina d’anni ciascuno. Uno era alto, un perticone un po’ ingobbito, l’altro aveva una faccia da ragazzo ed era imbacuccato in un montgomery troppo grande per lui, con le dita che gli spuntavano appena dalle maniche. Non ero contento che fossero lì. Mi pareva che avessero invaso il mio territorio.
Loro invece neanche si accorgono di me, e così mi acquatto sotto la pensilina tutta imbrattata di graffiti e li osservo senza farmi notare. Sento che il lungo dice a quello col mongomery: “Hai mai pensato seriamente al suicidio?”
Io drizzo gli orecchi.
“Forse,” risponde l’altro, dopo un attimo di silenzio.
“Io sì, ci ho pensato,” fa lo spilungone. “Chissà come mai l’hanno sequestrato, eh?” dice, dando un colpo con le nocche alla lamiera della carrozza.
“Mah?” fa quello col montgomery. “Forse ci andavano gli extracomunitari.”
“Può darsi” dice lo spilungone. Sospira. “No, sai cosa? E’ che faccio fatica a trovare un senso alla mia vita.”
“Uhm. E io, allora? Tu almeno hai una famiglia, una donna, dei figli,” dice il suo amico. “Insomma, sei utile a qualcuno.”
“Già. I figli,” dice il lungo, come parlando tra sé e sé. “A volte penso che se non li avessi…Mah…E pensare che non li volevo.”
I due passeggiano lungo i binari, vengono nella mia direzione. Spero non mi notino. O forse mi hanno già visto. Beh, ad ogni modo non sembrano curarsi della mia presenza. Guardano lontano, dove le rotaie finiscono nel buio.
Si fermano davanti al casotto di cemento e lo spilungone indica, per terra, la grande lastra di ferro incassata nel marciapiede.
“Oh, guarda, una vecchia pesa!”
Sembra che provi tenerezza, o nostalgia.
“Cos’è? Ci pesavano i vagoni?” fa quello col montgomery.
“Sì, i vagoni merci. C’era uno, in quello stabbiolo, che controllava il peso.”
“Certo che ti piacciono proprio i treni, a te.”
“Sissì.”
“Perché?”
“Non lo so.”
“Fin da bambino?”
“Sì.”
“Fa freddo, eh?” dice quello col montgomery.
“Eh, sì, fa freddo.” Il lungo si accomoda la sciarpa con due strattoni, unisce le mani dietro la schiena, sbattendole forte l’una contro l’altra e prende a camminare a gambe larghe, dondolandosi a destra e a sinistra. Con quel giaccone da marinaio, mi pare un capitano di nave ingrugnito.
“Ti dico la verità,” dice. “Io e Lisa ci saremmo lasciati da un pezzo, se non c’erano i bambini.”
“Uhm,” fa l’amico, con aria un po’ distratta.
“Non le piaccio,” continua l’altro. “C’è poco da fare. Sì, mi vuol bene. E’…come dire…affezionata a me. Ma non mi ama. Non le piaccio.”
“Dici?” fa quello col montgomery. Si porta le mani unite davanti alla bocca e ci soffia sopra per riscaldarsi.
Lo spilungone fa spallucce con falsa indifferenza: “Massì. Le piace un altro…”
“E chi è?”
“Tu.” Dice il lungo. Un ‘tu’ senza espressione, come quando un treno di passaggio manda un fischio breve.
L’altro si volta da un’altra parte, quasi vergognoso, e sta zitto. Poi non ce la fa più: “E come fai a saperlo?” Stavolta è lui che cerca di ostentare noncuranza.
“Perché lo so,” risponde il lungo, e guarda un po' qua e un po' là, col mento in aria, come un turista che ammira il paesaggio circostante.
Quello col montgomery invece tiene gli occhi bassi. Si ficca le mani in tasca. Il lungo fa una mezza giravolta e gli si pianta davanti, gli sta addosso, alto e ricurvo come un palo di ferrovia, e gli ronza in faccia una sfilza di parole fitte fitte, che scoppiettano nel buio come scintille.
Non riesco ad afferrare quello che dice, ma vedo che quello col montgomery tiene indietro la testa, guarda di lato come per cercare una via di scampo.
Per un attimo ho paura che vengano alle mani, ma poi lungo fa un passo indietro, si ricompone e riprende a camminare aggiustandosi le falde della giacca. Si ferma di nuovo, si china a raccogliere qualcosa, esamina l’oggetto: “Ecco, ho perso anche un bottone,” dice, sconsolato. Sospira e fa dietro front. L’altro lo segue mogio mogio.
“Ma è bello sapere che sei padre,” dice. “Tu non puoi capirlo com’è, essere padre. E’ bello sapere che hai due figli che ti vogliono bene, che dipendono da te. Eppure mi sento così…irrisolto,” dice. “Sì. Irrisolto. Irrisolto,” bada a ripetere in tono puntiglioso. “E non perché Lisa non mi ama. Tanto, senti, anche lei certe volte è veramente una palla al piede. Diciamoci la verità, è veramente noiosa, quando ci si mette, eh?”
“Hm, eh, sì,” fa quello col montgomery, imbarazzato.
I due si mettono a sedere sul bordo del marciapiede e fissano i ciottoli tra le rotaie. E’ quello col montgomery che ricomincia a parlare, come di malavoglia, tanto per rompere il silenzio: “Sai, l’altro giorno, per la strada, ho visto una coppia di anziani,” dice. “Marito e moglie. Lui aveva il tubo del catetere che gli usciva dalla patta dei calzoni, e teneva il sacchetto dell’orina penzoloni, un sacchetto trasparente. Ti rendi conto, andare in giro con un sacchetto di piscio in mano?” Dice. “Però c’era la moglie che l’accompagnava, e si tenevano a braccetto. E allora ecco, magari quei due non si amano nemmeno tantissimo, forse leticano sempre, si sopportano a malapena. Forse in gioventù si son fatti le corna a vicenda. Però pensavo…Se sei da solo, dove vai, col sacchetto di piscio? Invece se ci hai una moglie che t’accompagna, è un’altra cosa.”
“Eh, sì, eh,” fa il suo amico.
Quello col montgomery continua: “Io, lo sai, sono sempre stato un po’…com’è che si dice, quando a uno non gli piacciono gli altri?”
Stanno lì a cercare la parola giusta, stringendosi il mento e picchiettandosi le labbra con le dita, finché gli scappa da ridere a tutti e due. Poi il lungo se la ricorda: “Misantropo!”
“Ecco, bravo! Sono un po’ misantropo,” dice quello col montgomery. “Ma questa cosa mi ha fatto pensare”
“Eh, sì, eh,” ripete il lungo.
Poi quello col montgomery si rialza, e l’altro fa lo stesso.
Un lumicino, là in fondo ai binari, s’ingrandisce sempre di più, sempre di più, finché diventa un treno illuminato. Ma è un treno al contrario: davanti le carrozze, il locomotore dietro.
“E’ un treno spinto,” spiega il lungo.
Lo guardiamo passare: procede senza fretta, quasi senza rumore, e porta un solo passeggero, uno spettro, due macchie d’ombra al posto degli occhi.
I due amici non fanno nessun commento. Del resto c’è poco da dire, quando passa un treno. Ti lascia un po’ così. Tu fermo, lui che fila via lontano.
“Sì, effettivamente, quella cosa che mi hai detto…” Fa lo spilungone.
“Del catetere?”
“Sì. Fa pensare”
E quello col montgomery fa sì con la testa e si raddrizza ben bene, come soddisfatto di aver detto qualcosa di importante.
Poi sono entrati nella porta illuminata della sala d’aspetto e sono andati via.
Io sono rimasto lì ancora un po’, perché la mia piccola parte di solitudine mi spettava di diritto.
Mi sono acceso una sigaretta, ho riletto, per la centesima volta, una specie di poema osceno scritto a pennarello su una parete della pensilina, poi ho alzato gli occhi al cielo per cercare la luna. Appena la vedo, una nuvola rugginosa bordata d’argento la copre. Non era serata, via.
Ho buttato il mozzicone e me ne sono andato anch’io. Tornando a casa ho rivisto le solite vecchie cose: i cantieri dei condomini, i lampioni che sgocciolano una luce rossastra sulle strade rattoppate, le cartacce lungo il bordo del marciapiede.
E io lì a seguire la nuvoletta del mio fiato, avanti, avanti, come una locomotiva senza vagoni.
‘Hai mai pensato seriamente al suicidio?’ diceva il lungo.
Una macchina dei carabinieri, passandomi vicino, ha rallentato a passo d’uomo.
Uno dei militi, occhiuto, col pizzetto, ha abbassato il vetro e mi ha squadrato da capo a piedi.
Poi l’auto ha ripreso velocità ed è scomparsa dietro l’angolo.




