lunedì, 25 dicembre 2006
ECCO

Ecco, è successo, gliel’ho detto, è andato tutto bene.
E chi se lo aspettava?
E pensare che mi sono scolato anche un bicchier di vino, per trovare il coraggio.
Stasera, sarà l’effetto dell’alcool, mi sembrava più bella che mai, aveva sul viso quel riflesso blu dell’insegna del locale...
Tutti ‘sti ragazzi che ciondolano attorno agli scooter. Quanta chiacchiera, che c’hanno! E tempo e fiato da buttar via.
Lei no, sta lì, ascolta, tiene le mani in tasca, ogni tanto guarda da una parte, lontano. Ha classe. E’ la più speciale della combriccola. E anch’io, mi sa.
Ci siamo baciati, sabato scorso, nel parco, di sera.
Gli altri erano andati tutti a comprare i bomboloni caldi, ma a noi due i bomboloni non ci piacciono.
Io e lei siamo una minoranza, ecco. E questo ci unisce molto.
E’ stata una cosa spontanea, perfetta. Un bacio solo, ma lunghissimo, diciamo una mezz’ora, con delle pause che si stava zitti a guardare lontano le macchine che passavano coi fari accesi... gialli davanti, rossi di dietro, e quegli alberi sudici di smog, nella nebbia dei lampioni.
Si guardavano queste solite cose come in trance, come se fosse un altro mondo, bello e misterioso. Ma poi ci veniva da chiudere gli occhi, e le nostre bocche si attiravano di nuovo per una legge fisica, come le palline da flipper che prima o poi rotolano in buca.
Poi lei di punto in bianco si alzò, si voltò di spalle, cominciò a camminare tra le foglie morte con le mani in tasca e la testa china, tipo lasciami sola.
Boh?
Dopo tornarono i ragazzi, e lei come nulla fosse. Nemmeno uno sguardo, per me, niente. Rideva delle cazzate del Buzzino, a un certo punto gli mise anche le dita tra i capelli. Io mi pareva di essere in un incubo, di quest’incubi che uno non riesce a... Ecco.
Però questo è successo una settimana fa, e ormai mi sembra un secolo. Da allora lei mi pare che sia più dolce con me, come ammorbidita. Sicché penso: magari è che ha paura. Lei è sempre stata un tipo che non si lega a nessuno, che non ne vuol sapere, capito? Io la rispetto, io non voglio costringerla a niente. L’unica cosa che voglio è che sia felice. E voglio esserci anch’io a darle questa felicità. Anzi, soprattutto io. Sarei stronzo a impormi, però. Se lei non mi vuole, okay.
Col Renzi c’è stata, però, vaffanculo. E anche con Davide Bertini, alla festa, abbracciati tutti nudi sul letto dei suoi genitori.
Comunque ora eccomi qui a guardarla, e mi sento più forte.
Ecco, viene fuori una musica bellissima dal locale, e mi sembra che possa succedere qualsiasi cosa. La prendo per la mano e la porto dall’altra parte della piazza. Non dico una parola, tiro come un matto, in quattro passi si attraversa la piazza, come si volasse sul vento. Poi m’appoggio con la schiena al muretto del canale, e le faccio: “Senti, io bisogna che te lo dica. Io sono innamorato di te. Ma proprio cotto.”
Lei fa un’espressione di sorpresa, con gli occhi tutti un luccichio e la bocca mezza aperta e mezza chiusa, che è belllisssima, un amore. Che vorrei baciarla, subito. Invece m’abbraccia, di slancio, e mi stringe forte tutta commossa.
‘Ora me lo dice, ora me lo dice. Anch’io, mi dice,’ penso tra me.
E invece no, si scosta, mi sorride e basta. Ora è lei che mi prende per la mano, e mi tira dietro a sé, attraversando la piazza, e mi riporta in mezzo agli altri.
E’ andata bene, si può dire. Insomma, è contenta, è contenta, e si vede da come partecipa alla conversazione, adesso, e sorride, sorride. Scommetto che se dicono di andare a mangiare i bomboloni caldi dice di sì, e mi ci porta anche me.
Io l’ho resa felice, ecco.
E allora perché sono tanto triste?
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mercoledì, 20 dicembre 2006
UN ADDIO

Era già buio, ma la banchina della stazione brulicava di viaggiatori. La voce dell’altoparlante annunciò l’arrivo del suo treno.
Mi appoggiai con la schiena al muro della biglietteria. Lei rimase lì di fronte a me, guardando per terra.
Mi peritavo a toccarla ancora, temevo fosse stanca ormai delle mie mani, e allora mi accontentavo di contemplare le sue. Gliele avevo guardate cento volte, quel giorno, mentre si aprivano come fiori attorno alle mie, e subito appassivano e sbocciavano ancora per la mia meraviglia.
Ma ora si erano placate, ritirate nella loro grazia.
Teneva tra le dita il biglietto del treno e ne piegava i bordi, rialzandoli come a formare minuscole barriere.
Le tolsi con delicatezza il biglietto di mano e glielo infilai nella tasca della giacca, le cinsi i fianchi e l’attirai verso di me.
Lei si lasciò catturare per l’ennesima volta ma colsi, nel suo abbandono, un indizio di stanchezza, di sottomissione che mi fece male. Pensai che non l’avrei rivista più, e l’abbracciai, sprofondandomi in lei: un’ombra calda, un insieme di stoffa e carne e capelli già senza più sguardo né voce.
Ricalcavo col palmo aperto la forma della sua schiena, della sua testa, e strusciavo il mio viso contro il suo, come un cieco che plasma e compone il ricordo di una persona cara prima dell’addio.
Ma non feci in tempo: il treno arrivò sibilando e me la portò via.
Poi come un sogno: lei che prende posto in carrozza, tira fuori dalla borsa un libro, china la testa e si rifugia nella lettura.
Io: fermo sulla banchina ad aspettare un suo cenno. E non si volta. E poi comincia a scivolare piano, sospesa in quella luce di treno, e se ne va.
Rimasi lì ancora un po’, infine mi smarrii tra fantasmi dal passo frettoloso, guardando lune morte appese a colonne di ferro.
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domenica, 17 dicembre 2006
PICCOLE COSE MORTE

Di solito era lei a chiamare, dopo pranzo. Di solito era lei a chiamare sempre. Quel giorno non chiamò. Le telefonai. Rispondeva a monosillabi.
“Cos’hai?”
“Niente”
Silenzio.
“Dài, dimmelo.”
Silenzio.
“Vengo da te così ne parliamo,” le dissi.
Nessuna risposta.
Stavamo insieme da alcuni mesi, ma io continuavo a tenermi le cose dentro. A volte provavo a dire qualcosa, ma forse lo facevo senza una vera partecipazione, come se non parlassi di me, ma di qualcun altro. Lei mi pareva distratta, annuiva così per fare. Allora preferivo ascoltare lei, accontentarmi di elargirle consigli come uno che sa già tutto, e da un sacco di tempo, e che mantiene la razionalità in ogni situazione.
Eppure quella volta, al telefono, mi sentii spiazzato. Ipotesi catastrofiche mi balzarono alla mente. E’ arrabbiata con me. E’ accaduta una disgrazia. Un lutto in famiglia. E’ incinta.
Mi vuol lasciare, conclusi, e mi sentii impallidire, preso dal panico.

Faceva caldo, in macchina. Ero così immerso nella preoccupazione che non provai nulla quando un altro automobilista, sorpassandomi, strombazzò il clacson e mi insultò, e non battei ciglio quando mi si parò davanti una coppia di ciclisti che occupava mezza corsia.
Lei mi aprì la porta e mi lasciò entrare come si lascia entrare un gatto importuno. Subito mi voltò le spalle e tornò nella sua stanza. Sua madre era in salotto, seduta sul divano, e guardava la tv. La porta del salotto era aperta, la signora mi sorrise e dovetti darle la buonasera.
Avevo fatto dieci chilometri e tre piani di scale sapendo di andare incontro a un tormento ineluttabile, ma quel saluto cortese era uno sforzo ancora più gravoso.
Lei nel frattempo si era distesa bocconi sul letto, col viso sprofondato tra le braccia. Aveva indosso la canottiera verde smeraldo e i pantaloncini bianchi. Mi avvicinai quasi in punta di piedi, mi accoccolai accanto al letto e mormorai le stesse domande che le avevo fatto al telefono.
Non si mosse, né disse nulla. Mi rispose invece il tedio del pomeriggio: il parlottio del televisore nell’altra stanza, le risatine di sua madre, le grida di alcuni ragazzi che giocavano a pallone giù nel prato.
Le accarezzai i capelli e la nuca. Aveva la pelle sudaticcia ma fresca.
Io provavo timore, fatica e rabbia intorpidita, ma il mio tocco si manteneva calmo e fluido. Speravo che lei ne fosse ingannata e cedesse a quella tenerezza tattile.
Per uscire da quell’ottundimento cominciai a guardarmi intorno, senza però smettere il mio lavoro di carezze. Un’ampia luminosità veniva dalla porta finestra e appiattiva contro il muro il mobiletto dell’impianto stereo. Appesi alla parete il faccione imbronciato di Eros Ramazzotti, la mensola coi libri di Calvino, Vittorini, Cassola e altre letture scolastiche, la foto che ci ritraeva insieme, con le torri di Bologna sullo sfondo... La marmotta di peluche col cappello da montanaro, souvenir della Val d’Aosta, aveva uno sguardo più stupido del solito.
Cento volte avevo visto quegli oggetti, mai con l’obiettivo distacco di quel momento. Perché le altre volte erano vivi, e non c’era da farci caso. Ora invece erano piccole cose morte, e avrei potuto contare i granelli di polvere che vi erano depositati sopra.
Dovevo sbloccare la situazione, in qualsiasi modo.
Mi alzai e mi spogliai con cautela, attento a non far tintinnare la fibbia della cintura.
Lei non si accorse di niente, o finse di non udire il fruscio dei vestiti.
Mi distesi accanto a lei, le cinsi le spalle con un braccio e la costrinsi, con dolcezza, a voltarsi di fianco. Mi lasciò fare, ma tirò su le ginocchia assumendo la posizione fetale. Io mi appiattii contro la sua schiena, ricalcando la sua forma, e cominciai ad accarezzarla.
Guardavo la mia mano strisciare avanti e indietro seguendo la sinuosità del suo fianco, e mi sembrò la mano di un uomo troppo rozzo di cuore e di mente per lenire il dolore di una ragazza.
Lei non si mosse, e io conobbi la vergogna della nudità.
‘Sporca egoista,’ pensai, spingendomi con più forza contro di lei. ‘Non ci cammino più con te mano nella mano.’
La baciai sul collo. Non ebbe alcuna reazione.
‘Ti prego, ti prego,’ pensai, appoggiando la fronte nell’incavo della sua nuca. ‘Dimmi qualcosa, dimmi qualcosa adesso, per favore aiutami, perché non ce la faccio io da solo.’

‘Ma sono già solo,’ pensai. ‘Lo sono sempre stato. Dov’era lei, prima? Prima di lei, prima delle altre, quando avevo davvero bisogno di qualcuno?’
Mi distaccai, mi distesi supino e rimasi per un po’ a fissare il soffitto. L’aria si era fatta soffocante, i miei pensieri evaporavano subito, riducendomi a un corpo inerte.
Cominciavo a diventare come lei.
Spinto da un istinto di sopravvivenza, la scavalcai e mi rivestii.
Rimase immobile, sembrava che dormisse. Osservai la sua mano che sporgeva dal letto, semichiusa, abbandonata nel vuoto.
Uscii sul balcone. Cercai di non badare alle bestemmie dei ragazzi nel prato e rimasi per un po’ ad ascoltare gli uccelli che, nascosti tra gli alberi, cinguettavano una gaia e insensata polifonia, come a ribadire la distanza fra il nostro mondo e il loro.
Tornai dentro e mi chinai su di lei.
Tentai un’ultima volta, nel tono più suadente che mi riuscì: “Mi dici cos’hai?”
Lei si mosse, ma solo per rimettersi bocconi, come l’avevo trovata entrando nella stanza. Me ne andai.
Quando passai davanti al salotto sua madre, seduta a braccia conserte e caviglie incrociate, rise di una battuta di qualche telefilm. Stavolta non la salutai, ma la porta d’ingresso, chissà perché, la richiusi piano, con lentezza, come se mi dispiacesse.
Scesi le scale, uscii in istrada, m’incamminai verso la macchina, abbacinato dal sole.
Non ho mai saputo cosa avesse, lei, quel giorno. Né glielo chiesi mai più. Non volevo tornare a rovistare tra le piccole cose morte.

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venerdì, 08 dicembre 2006
SULL’ARGINE

Mi voltai indietro. Monica procedeva con cautela per non scivolare. L’erba guazzosa, schiacciata dai nostri passi, emetteva una specie di squittio.
“Blah! Che puzza!” disse Monica. “Ma proprio qui mi dovevi portare?”
“Tra un po’ ti ci abitui.”
Il canale di scolo, giù in basso, era gonfio di un’acqua nerastra, si insinuava tra i campi come un serpente e finiva presso un grumo di case dominate da un campanile.
Non c’era nessuno in giro, forme nerastre di casolari isolati in mezzo ai campi.
Un cane, lontanissimo, abbaiò. Poi tacque.
Arrivammo a un piccolo rudere, in bilico sul bordo dell’argine.
Udii un gridolino alle mie spalle: Monica era sdrucciolata per terra.
“Cazzo!” sibilò, guardandosi le mani sporche d’erba e fango.
L’aiutai a rialzarsi e le raccolsi la borsetta. Si era insudiciata la gonna. Cercai di pulirgliela con la mano ma lei mi scacciò.
“Scusa,” le dissi. “Ma anche te, a metterti i tacchi alti... te l’avevo detto che si andava in campagna.”
“E questo ti pare campagna?” Disse, stropicciandosi con un kleenex. “Questo fosso... di merda?”
Andò ad appartarsi sul ciglio dell’argine, le braccia incrociate sul petto.
Fissava un tubo di cemento che sbucava dalla ripa opposta e rigurgitava nel canale uno scroscio d’acqua: chiazze di luce oleosa si rompevano e oscillavano tra la schiuma biancastra.
Poi il flusso si esaurì e la pianura ricadde nel silenzio.
Mi avvicinai a Monica da dietro e le posai le mani sui fianchi. Aspettai. Le scostai con la bocca un ciuffo di capelli e le soffregai le labbra sulla guancia.
Non protestò, anzi reclinò la testa di lato, offrendo il viso a baci più appassionati.
Le sbottonai la camicia, le scoprii il collo, le spalle, le infilai le mani dappertutto, accarezzando e palpando la sua carne bianca e grassoccia, da bambina viziata. Di tanto in tanto emetteva un gemito, che sempre si spegneva in quella solitudine.
Ci placammo un po’, restammo a contemplare il letto erboso dei campi, orizzontalità interrotta da pochi elementi verticali: un palo della luce, una coppia di cipressi lontani, remote cime di monti che sembravano consumarsi in fumo.
Sentivo il tepore del sole sulle palpebre chiuse, dal fosso salivano zaffate di miasma, che svanivano presto.
Un tonfo improvviso ci fece trasalire: un ratto che si tuffava nel canale.
Allora la voltai bruscamente e la baciai in bocca. La presi per mano, stringendo forte, e la portai verso il rudere, quasi trascinandola. Mi tenne dietro sforzandosi di non incespicare tra cespugli e sassi. Il seno, libero nella camicia aperta fino all’ombelico, era scosso da sussulti.
Stavamo per varcare la soglia del rudere quando la campana del borgo cominciò a suonare a morto.
Lente triadi di rintocchi che digradavano di tono, senza speranza.
Ho vissuto a lungo in un paese popolato di vecchi, e quel suono mi è familiare, ma sempre mi riempie di tristezza.
Finsi di non udirlo ed entrai. C’era odore di polvere e legno marcio. Monica mi seguiva un po’ spaventata, stringendo a sé la borsa.
All’interno i rintocchi giungevano smorzati, ma risuonavano più intimi, come un avvertimento.
Spinsi Monica con le spalle al muro e cominciai a spogliarla, a strattoni. Le mutande si impigliarono nel tacco di una scarpa, che rotolò sul pavimento. Lei la tirò a sé col piede nudo e lo infilò di nuovo dentro, appoggiò la schiena all’intonaco umido e sporse il bacino in avanti, tenendo le gambe flesse e divaricate.
Tre rintocchi... una pausa... tre rintocchi... I nostri respiri, il fruscio dei vestiti, lo struscio delle suole riverberavano convulsamente nella casa vuota.
Brancolavo, quasi non vedevo più il suo corpo, che era diventato come l’ombra incerta delle pareti.
Cercai invano il luccichio dei suoi occhi. Niente.
La campana seguitava a martellare, non mi dava pace.
Tre rintocchi... silenzio... tre rintocchi...
Mi buttai in ginocchio e sprofondai il viso tra le sue cosce.
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sabato, 02 dicembre 2006
COLPI DI TOSSE

Per la terza volta fui svegliato dai colpi di tosse.
Era sempre così quando passavo la notte a casa di mio padre. Finti colpi di tosse, per attirare l’attenzione. Faceva lo stesso anche con mia sorella Rita.
Aprii gli occhi nel buio, mi strappai di dosso la coperta, mi alzai dal divano e andai in camera di mio padre, accesi la luce assestando un pugno sull’interruttore e mi avventai su di lui, lo afferrai per il bavero del pigiama e lo scossi come un pupazzo: “Allora, che hai da tossire, eh? Cos’hai? Il catarro, la bronchite, la polmonite, il cancro?”
Lui teneva gli occhi stretti a difesa dalla luce ed emetteva dei mugolii sommessi.
“Sei un piagnone, ecco cosa sei! Lo sei sempre stato. L’hai ammazzata tu, la mamma, con le tue smanie, i tuoi scatti violenti, e coi tuoi stupidi colpi di tosse. E ora vorresti portare via un po’ di vita anche a noi, vero? Ma io non sono come la Rita, povera disgraziata. Ci hai messo sotto i piedi finché hai potuto, e ora ci rompi l’anima con le tue finte malattie. Ogni volta che fai uno starnuto pretendi qualcuno a farti da balia. ‘Muoio! Muoio!’ Sono trent’anni che ripeti la solita solfa! Ma perché non ti levi dai coglioni per davvero, vecchio stronzo! ”
Lui gemeva in un tono sempre più stridulo.
Distolsi lo sguardo dalla sua bocca, che priva di dentiera sembrava un grosso sfintere allentato, e guardai la sua mano. Le punte delle dita fremevano mentre tormentava la coperta con deboli pizzicotti, come se stesse cercando di togliervi qualche peluzzo.
Al polso aveva ancora l’orologio fuori moda, col bracciale di metallo, che gli avevo regalato alcuni anni prima, quando ne avevo comperato uno più moderno. Gli piaceva perché riusciva a distinguere chiaramente i numeri sul quadrante.
Chiamava sempre me per rimettere la data, lui non ne era capace. A volte mi telefonava apposta.
Guardai la lancetta dei secondi che girava a scatti quasi impercettibili sotto il vetro graffiato, la coroncina della carica che tante volte avevo fatto girare mentre lui, seduto in poltrona, mi osservava assorto, il collo proteso, gli occhi a fessura, come se cercasse di immedesimarsi in me e compisse l'operazione al mio posto.
E rivedendo quell'immagine mi passò la voglia di litigare, e mi sentii vuoto, disfatto, come se fino a quel momento soltanto il rancore mi avesse tenuto insieme.
Senza accorgermene avevo allentato la presa, e lui aveva adagiato di nuovo la testa sul cuscino. Teneva gli occhi chiusi, sollevando e abbassando piano il torace sotto il lenzuolo, con le braccia distese lungo i fianchi, come un malato in un letto d'ospedale.
Mi ritirai in punta di piedi, spensi la luce e tornai in salotto. Mi buttai sul divano, mi rannicchiai sotto il plaid e chiusi gli occhi.
Restai in ascolto per qualche momento, ma non si udiva che il ticchettio della pendola. Nessun rumore dall’altra stanza, nemmeno un fruscio di coperte o un altro finto colpo di tosse.
Riaprii gli occhi, col fiato sospeso.
Poi uno strascicar di pantofole, sempre più vicino. Rimasi immobile. Non mi mossi neanche quando la sua mano aperta mi colpì alla cieca sulla schiena, sul fianco, sulla testa. Fu come ritornare bambino, quando mi picchiava, però a differenza di allora non provai dolore, ma una specie di dolcezza, e quando la casa ripiombò nel silenzio mi addormentai assaporando il tepore del cuscino umido di lacrime.
Il giorno dopo fu come se niente fosse accaduto.
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