giovedì, 23 novembre 2006
DI NOTTE ALLA STAZIONE

Mi piace andare alla stazione di notte, alla stazione del mio paese. E’ minuscola e sembra fatta con le costruzioni. E’ quasi una stazione fantasma, perché ci si fermeranno due treni al giorno, non di più. Mi piace stare davanti ai binari di notte. Mi sento molto solo, però in un modo speciale. Se uno si sente solo in un modo speciale, a volte diventa poeta, e può trovarci chissà cosa, nell’odore di traversine catramate
Guardo la ferrovia, l’intreccio delle rotaie e mi perdo nel labirinto di pali di ferro e di fili dell'elettricità. Mi volto a sinistra e poi a destra: lo stesso paesaggio, come allo specchio. Mi dà una bella sensazione... E dopo vado a letto più volentieri.
Di solito non c’è mai nessuno alla stazione, a quell’ora. Invece stanotte c’erano due tizi che si aggiravano intorno al vagone sequestrato dalla polizia, che sta su un troncone di binario.
Avranno avuto una trentina d’anni ciascuno. Uno era alto, un perticone un po’ ingobbito, l’altro aveva una faccia da ragazzo ed era imbacuccato in un montgomery troppo grande per lui, con le dita che gli spuntavano appena dalle maniche. Non ero contento che fossero lì. Mi pareva che avessero invaso il mio territorio.
Loro invece neanche si accorgono di me, e così mi acquatto sotto la pensilina tutta imbrattata di graffiti e li osservo senza farmi notare. Sento che il lungo dice a quello col mongomery: “Hai mai pensato seriamente al suicidio?”
Io drizzo gli orecchi.
“Forse,” risponde l’altro, dopo un attimo di silenzio.
“Io sì, ci ho pensato,” fa lo spilungone. “Chissà come mai l’hanno sequestrato, eh?” dice, dando un colpo con le nocche alla lamiera della carrozza.
“Mah?” fa quello col montgomery. “Forse ci andavano gli extracomunitari.”
“Può darsi” dice lo spilungone. Sospira. “No, sai cosa? E’ che faccio fatica a trovare un senso alla mia vita.”
“Uhm. E io, allora? Tu almeno hai una famiglia, una donna, dei figli,” dice il suo amico. “Insomma, sei utile a qualcuno.”
“Già. I figli,” dice il lungo, come parlando tra sé e sé. “A volte penso che se non li avessi…Mah…E pensare che non li volevo.”
I due passeggiano lungo i binari, vengono nella mia direzione. Spero non mi notino. O forse mi hanno già visto. Beh, ad ogni modo non sembrano curarsi della mia presenza. Guardano lontano, dove le rotaie finiscono nel buio.
Si fermano davanti al casotto di cemento e lo spilungone indica, per terra, la grande lastra di ferro incassata nel marciapiede.
“Oh, guarda, una vecchia pesa!”
Sembra che provi tenerezza, o nostalgia.
“Cos’è? Ci pesavano i vagoni?” fa quello col montgomery.
“Sì, i vagoni merci. C’era uno, in quello stabbiolo, che controllava il peso.”
“Certo che ti piacciono proprio i treni, a te.”
“Sissì.”
“Perché?”
“Non lo so.”
“Fin da bambino?”
“Sì.”
“Fa freddo, eh?” dice quello col montgomery.
“Eh, sì, fa freddo.” Il lungo si accomoda la sciarpa con due strattoni, unisce le mani dietro la schiena, sbattendole forte l’una contro l’altra e prende a camminare a gambe larghe, dondolandosi a destra e a sinistra. Con quel giaccone da marinaio, mi pare un capitano di nave ingrugnito.
“Ti dico la verità,” dice. “Io e Lisa ci saremmo lasciati da un pezzo, se non c’erano i bambini.”
“Uhm,” fa l’amico, con aria un po’ distratta.
“Non le piaccio,” continua l’altro. “C’è poco da fare. Sì, mi vuol bene. E’…come dire…affezionata a me. Ma non mi ama. Non le piaccio.”
“Dici?” fa quello col montgomery. Si porta le mani unite davanti alla bocca e ci soffia sopra per riscaldarsi.
Lo spilungone fa spallucce con falsa indifferenza: “Massì. Le piace un altro…”
“E chi è?”
“Tu.” Dice il lungo. Un ‘tu’ senza espressione, come quando un treno di passaggio manda un fischio breve.
L’altro si volta da un’altra parte, quasi vergognoso, e sta zitto. Poi non ce la fa più: “E come fai a saperlo?” Stavolta è lui che cerca di ostentare noncuranza.
“Perché lo so,” risponde il lungo, e guarda un po' qua e un po' là, col mento in aria, come un turista che ammira il paesaggio circostante.
Quello col montgomery invece tiene gli occhi bassi. Si ficca le mani in tasca. Il lungo fa una mezza giravolta e gli si pianta davanti, gli sta addosso, alto e ricurvo come un palo di ferrovia, e gli ronza in faccia una sfilza di parole fitte fitte, che scoppiettano nel buio come scintille.
Non riesco ad afferrare quello che dice, ma vedo che quello col montgomery tiene indietro la testa, guarda di lato come per cercare una via di scampo.
Per un attimo ho paura che vengano alle mani, ma poi lungo fa un passo indietro, si ricompone e riprende a camminare aggiustandosi le falde della giacca. Si ferma di nuovo, si china a raccogliere qualcosa, esamina l’oggetto: “Ecco, ho perso anche un bottone,” dice, sconsolato. Sospira e fa dietro front. L’altro lo segue mogio mogio.
“Ma è bello sapere che sei padre,” dice. “Tu non puoi capirlo com’è, essere padre. E’ bello sapere che hai due figli che ti vogliono bene, che dipendono da te. Eppure mi sento così…irrisolto,” dice. “Sì. Irrisolto. Irrisolto,” bada a ripetere in tono puntiglioso. “E non perché Lisa non mi ama. Tanto, senti, anche lei certe volte è veramente una palla al piede. Diciamoci la verità, è veramente noiosa, quando ci si mette, eh?”
“Hm, eh, sì,” fa quello col montgomery, imbarazzato.
I due si mettono a sedere sul bordo del marciapiede e fissano i ciottoli tra le rotaie. E’ quello col montgomery che ricomincia a parlare, come di malavoglia, tanto per rompere il silenzio: “Sai, l’altro giorno, per la strada, ho visto una coppia di anziani,” dice. “Marito e moglie. Lui aveva il tubo del catetere che gli usciva dalla patta dei calzoni, e teneva il sacchetto dell’orina penzoloni, un sacchetto trasparente. Ti rendi conto, andare in giro con un sacchetto di piscio in mano?” Dice. “Però c’era la moglie che l’accompagnava, e si tenevano a braccetto. E allora ecco, magari quei due non si amano nemmeno tantissimo, forse leticano sempre, si sopportano a malapena. Forse in gioventù si son fatti le corna a vicenda. Però pensavo…Se sei da solo, dove vai, col sacchetto di piscio? Invece se ci hai una moglie che t’accompagna, è un’altra cosa.”
“Eh, sì, eh,” fa il suo amico.
Quello col montgomery continua: “Io, lo sai, sono sempre stato un po’…com’è che si dice, quando a uno non gli piacciono gli altri?”
Stanno lì a cercare la parola giusta, stringendosi il mento e picchiettandosi le labbra con le dita, finché gli scappa da ridere a tutti e due. Poi il lungo se la ricorda: “Misantropo!”
“Ecco, bravo! Sono un po’ misantropo,” dice quello col montgomery. “Ma questa cosa mi ha fatto pensare”
“Eh, sì, eh,” ripete il lungo.
Poi quello col montgomery si rialza, e l’altro fa lo stesso.
Un lumicino, là in fondo ai binari, s’ingrandisce sempre di più, sempre di più, finché diventa un treno illuminato. Ma è un treno al contrario: davanti le carrozze, il locomotore dietro.
“E’ un treno spinto,” spiega il lungo.
Lo guardiamo passare: procede senza fretta, quasi senza rumore, e porta un solo passeggero, uno spettro, due macchie d’ombra al posto degli occhi.
I due amici non fanno nessun commento. Del resto c’è poco da dire, quando passa un treno. Ti lascia un po’ così. Tu fermo, lui che fila via lontano.
“Sì, effettivamente, quella cosa che mi hai detto…” Fa lo spilungone.
“Del catetere?”
“Sì. Fa pensare”
E quello col montgomery fa sì con la testa e si raddrizza ben bene, come soddisfatto di aver detto qualcosa di importante.
Poi sono entrati nella porta illuminata della sala d’aspetto e sono andati via.
Io sono rimasto lì ancora un po’, perché la mia piccola parte di solitudine mi spettava di diritto.
Mi sono acceso una sigaretta, ho riletto, per la centesima volta, una specie di poema osceno scritto a pennarello su una parete della pensilina, poi ho alzato gli occhi al cielo per cercare la luna. Appena la vedo, una nuvola rugginosa bordata d’argento la copre. Non era serata, via.
Ho buttato il mozzicone e me ne sono andato anch’io. Tornando a casa ho rivisto le solite vecchie cose: i cantieri dei condomini, i lampioni che sgocciolano una luce rossastra sulle strade rattoppate, le cartacce lungo il bordo del marciapiede.
E io lì a seguire la nuvoletta del mio fiato, avanti, avanti, come una locomotiva senza vagoni.
‘Hai mai pensato seriamente al suicidio?’ diceva il lungo.
Una macchina dei carabinieri, passandomi vicino, ha rallentato a passo d’uomo.
Uno dei militi, occhiuto, col pizzetto, ha abbassato il vetro e mi ha squadrato da capo a piedi.
Poi l’auto ha ripreso velocità ed è scomparsa dietro l’angolo.
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domenica, 19 novembre 2006
SUPERWAVE

Ero del tutto inesperto di personal computer e chiesi ad un amico l’indirizzo di un buon negozio. Mi consigliò la Superwave, dove, a sentir lui, potevo trovare i migliori PC, completamente made in U.S.A., con pagamento rateale.
La Superwave aveva sede in un palazzo alla periferia della città. Al terzo piano. Mi parve una stranezza, un negozio al terzo piano, e fu con un certo imbarazzo che suonai alla porta.
Un giovane ossuto, con un fermaglio dorato alla cravatta, mi fece entrare e mi condusse, con reverente discrezione, attraverso una piccola sala d’attesa con un tavolino basso su cui giacevano alcune riviste di informatica, e da lì in una stanza più grande.
Qui fui ricevuto dal signor Tirinnanzi, tarchiato, capelli grigi lunghi fin sulle spalle, basettoni. La giacca di tweed contribuiva al suo aspetto lievemente rustico che mal si addiceva a quell’ambiente: una sala rettangolare, con due pilastri squadrati a rinforzare il soffitto color crema punteggiato di faretti alogeni. Moquette rossa sul pavimento. Regnava una quiete sonnolenta e perfino la luce del sole, entrando da un’enorme finestra a infissi metallici, diventava, per così dire, felpata. Pacati riverberi sugli spigoli dei computer bianco-ghiaccio esposti al pubblico: quattro minitower apparentemente uguali e privi di monitor che troneggiavano, equidistanti l’uno dall’altro, su un tavolo di legno lucido, col piano a forma di ferro di cavallo, i cui bordi convergevano, idealmente, nella scrivania del signor Tirinnanzi, posta vicino all’entrata.
Io mi sentivo leggermente fuori posto, avevo l’impressione di traspirare in modo esagerato.
Il Tirinnanzi aveva una stretta di mano energica e una voce grave e roca, da forte fumatore: “Mi dica.”
“Dunque, io ero interessato a un computer. Non dico eccezionale ma, insomma, abbastanza buono, cioè, non da usare per hobby, ecco. Cioè, praticamente avrei la possibilità, diciamo, di un lavoro in cui dovrei usare il computer e...”
Mi fermai, ricacciando l’impulso di infilarmi le mani nelle tasche.
“Giusto, giusto,” disse il commerciante, squadrandomi dalla testa alla cintola, andata e ritorno. Si addentrò subito nella terminologia tecnica. Per due minuti seguitai a far sì con la testa senza capirci un’acca. S’interruppe da solo: “Ma questi sono particolari di secondaria importanza,” tagliò corto, con aria seccata.
Accennò ai computer: “Ne tocchi uno. Uno qualsiasi.”
Si appoggiò al bordo della scrivania per meglio godersi la scena.
Dopo un attimo d’incertezza mi avvicinai, quasi in punta di piedi, a uno degli apparecchi, e lo toccai con un dito.
“Ci passi pure la mano sopra, non abbia paura, non morde mica!”
Il telaio del computer era tutto di plastica, ma assai robusto, compatto come un sasso levigato.
Il Tirinnanzi, spingendosi con le mani, si staccò dalla scrivania e si avvicinò con passo deciso, come per dire: ‘lascia fare a me’.
Accarezzò tutta la superficie della macchina, con una specie di lascivia, ammirandone la forma.
Poi, volgendosi appena verso di me, disse: “Lei ha mai provato a rovesciare e a scuotere un computer qualsiasi?”
Mi affrettai a scrollare il capo.
“Perdono i pezzi,” mormorò pensosamente. “Se li agita escono delle...delle cose. Dadi, viti, polvere... cadono sul pavimento. A volte anche mosche morte. E il laniccio, come quello che si accumula sotto i mobili. Ci provi, se gliene capita l’occasione. Invece questi prodotti...”
Con uno sforzo repentino abbrancò il computer, lo rovesciò, lo agitò.
Sbuffando, con la faccia paonazza, lo rimise a posto. Si ricompose aggiustandosi le falde della giacca e fece un gesto svolazzante con la mano aperta, alla maniera dei prestigiatori, indicando la moquette assolutamente pulita: “Visto?”
Ma subito si rabbuiò, e si morse il labbro inferiore.
“Uhm. Lei è ancora dubbioso,” disse. “Venga, si sieda.”
Mi condusse alla scrivania, mi invitò a sedere di fronte a lui e mi scrutò con attenzione.
“Quanti anni ha?”
“Trenta.”
“Ah! Sembra molto più giovane.”
“Sì, lo so.”
“Bene, bene, bene. Posso chiederle cosa fa nella vita?”
“Sono disoc...Sto cercando lavoro.”
“Eh, già, già, coi tempi che corrono non è facile trovare un posto...E’ laureato?”
“No. Ho fatto qualche anno di università, pedagogia, ma poi ho lasciato perdere.”
“Eh, già, già, poche prospettive. E poi, diciamoci la verità, pedagogia è...Suvvìa, con tutto il rispetto, son cose da donne.”
Arrossii: “Eh, forse sì.”
Estrasse una stilografica da un portapenne di vetro.
“Ha svolto qualche attività, nel frattempo? Lavori saltuari, dico...”
“Beh, no. Cioè...cosucce. Per esempio per qualche mese ho...ehm...pitturato soldatini di piombo. Per i plastici, sa...”
“Oh! Interessante! Beh, certo, dà proprio l’idea di un’occupazione provvisoria,” disse, accomodandosi meglio sulla soffice poltrona di pelle.
“...Dunque mi diceva che adesso ha la possibilità di lavorare con il computer. Amministrazione? Design? Disegno tecnico? Grafica pubblicitaria?”
“Sarebbe...Farei cose tipo manuali d’istruzioni e così via....”
“Ah, manualistica! Manualistica! Bene! Ha fatto o sta facendo un corso, immagino.”
“Veramente mi sta insegnando mio cugino. Lui conosce il disegno tecnico e cose del genere. E’ un libero professionista.”
Sorrise: “Eh! I cugini! Tutti abbiamo un cugino che ne sa più di noi!”
Improvvisamente si fece pensieroso e cominciò a picchiettare la penna sul palmo della mano.
“No, sa perché le faccio tutte queste domande? Perché mi dispiace vedere un giovane come lei, evidentemente serio e intelligente così...Così insicuro, così incerto.”
Fece un breve sospiro e proseguì: “Dica la verità: a lei di questo lavoro non gliene frega niente.”
Mi guardò negli occhi: “Da uomo a uomo: a lei proprio non interessa, dica la verità.”
Arrossii di nuovo: “Ma...veramente...”
Lui fece spallucce: “Massì, massì...Per i soldi. Per dire che si fa qualcosa, che ci si guadagna il pane, magari con la prospettiva di sistemarsi, di sposarsi...”
Protese il busto verso di me: “Cazzate!” Sibilò. “Se non c’è la passione...Cazzate!”
Si ributtò indietro: “Scusi la volgarità.”
Restò in silenzio, rimuginava.
“Mio figlio,” mormorò. “Mio figlio studia medicina. Così... perché gli piaceva spulciare l’enciclopedia medica. Non sa nemmeno staccarsi un cerotto. S’è messo in testa di fare il medico. Come se non ce ne fossero abbastanza. E’ stato respinto all’esame di istologia. Non era preparato. E’ già la seconda volta che ci prova. Di questo passo finirà l’università quando sarà vecchio e stanco...come me.”
Si passò una mano tra i capelli: “Non era preparato,” ripeté. “Eh, già. E io? Sa cosa gli ho detto, io? L’ho preso da parte e gli ho detto: ‘Va bene. Nessun problema. Succede. E’ normale. Ma ora devi rimboccarti le maniche e decidere una volta per tutte cosa vuoi fare. Vuoi tirare avanti alla meno peggio sperando in un colpo di fortuna, o vuoi veramente realizzare qualcosa, costruire la tua vita? Vuoi essere un bambinone che vive alla giornata o vuoi essere...un uomo?’ ”
Annuì lentamente, soppesando la verità del suo monito.
“E così dico a te,” soggiunse. “Per il tuo bene. Perché potresti essere mio figlio.”
Serrò tre o quattro volte le mascelle, ritmicamente; con foga improvvisa si sporse in avanti, tanto che per lo spavento arretrai sulla sedia, e fece l’atto di stringere in mano un globo invisibile: “Chi è padrone di se stesso è padrone del mondo intero!” disse con voce strozzata.
S’impettì, mi guardò ben bene: “Io vorrei che tu dicessi: ‘Okay, finora ho scherzato, ma d’ora in poi, cazzo, sarò UN UOMO!” esclamò, battendo il pugno sulla scrivania.
Poi, sfinito, s’abbandonò contro lo schienale, s’infilò la stilo nel taschino e intrecciò le dita sul ventre: “Ora vai,” disse, ormai placato: “Questi prodotti non fanno al caso tuo. Sono il top. Quando sarai un uomo verrai qui e mi dirai: “Ce l’ho fatta, sono un uomo, adesso voglio il top .’ ”
Si alzò, mi alzai, mi tese la mano e me la strinse forte, poi mi diede un affettuoso scapaccione: “E sii più deciso! Hai trent’anni d’esperienza in questo porco mondo! E sorridi, perdìo, che c’hai un bel sorriso!”
Sono passati cinque anni, da allora. A volte mi sento vecchio, ma ci si può sentire vecchi senza per questo sentirsi maturi.
Comunque il top...Il top ancora non lo voglio, non mi interessa. Povero Tirinnanzi, se mi vedesse ora! Ho un PC che fa un baccano d’inferno, e forse se lo rovescio escono strane cose. Sorrido poco, e solo se mi va. La Superwave ha chiuso.
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sabato, 11 novembre 2006
NEVICA

“Nevica!” disse. Si strinse la cintola dell’accappatoio e si affrettò verso la finestra. Ancora tra il sonno, mi alzai dal letto e le andai accanto. La neve cadeva obliqua, abbondante, e già cominciava a coprire gli orli dei davanzali e i balconi degli antichi palazzi, spruzzando di bianco, come per scherzo, la loro austerità.
“Bello!” dissi. “Mi piace la neve.”
“Anche a me,” disse lei, mordicchiandosi il labbro inferiore. Non potei trattenermi da darle un bacio sulla guancia. I suoi capelli ancora umidi profumavano di shampoo aromatico. Guardavo ora la neve, ora il suo profilo.
Lei non badava a me, osservava lo spettacolo, incantata, e premeva appena la punta dell’indice sul vetro leggermente appannato dal suo respiro, come per indicare qualcosa là fuori. L’unghia era tagliata corta, un pochino smangiucchiata.
“Sei fortunata,” dissi. “E’ raro vedere Firenze sotto la neve.”
Fece una risatina compiaciuta e si immerse di nuovo nella sua contemplazione.
Così assorta, la bocca dischiusa, le gote rosse, sembrava una giovinetta di Renoir.
E io non potevo darle altro che appuntamenti in segreto e fugaci incontri in camere d’albergo.
“Anch’io sono fortunato, a essere qui con te,” mi sorpresi a dire.
Si sciolse in un sorriso e si abbandonò alle mie carezze. Socchiudemmo gli occhi e ci strusciammo l’un l’altra come gatti, lasciando crescere di nuovo il desiderio.
Mi misi dietro di lei e le abbassai il bavero dell’accappatoio, facendoglielo scivolare lungo le spalle, le presi fra le mani i seni nudi e lei premette le sue mani contro le mie, come per sentirsi totalmente protetta.
La baciai alla base del collo: rabbrividì.
“Hai freddo?” le chiesi, con falsa ingenuità. Fece no con la testa, nella sua ingenuità vera. Provai una gran tenerezza. La spogliai del tutto, lasciando cadere l’accappatoio sulla moquette. Lei si inarcò all’indietro, poggiando la testa sulla mia spalla, e restammo così, a cullarci in quell’attimo di sospensione, ascoltando il silenzio della neve.
Non so che darei per rivivere quel momento, adesso.
Ma quella felicità troppo perfetta sfiorì subito, soffocata dall’ansia di non perdere tempo, di gustare con voracità ogni minuto che avevamo a disposizione.
Più tardi la chiazza di condensa sul vetro si era allargata tanto da coprire la visuale. Lei, nella frenesia del godimento, vi premé la bocca aperta.
L’impronta di quel bacio rimase più a lungo di noi, che di lì a poco dovemmo partire.
Fu la prima e l’ultima volta che vedemmo insieme la neve.
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sabato, 04 novembre 2006
COME VUOLE, SIGNOR BALDINI

Ines è irritata. Lo capisco da come, ad ogni passo, le sobbalzano le carni.
“Allora?” geme.
“Ci siamo quasi.”
“Senti, Lele, mi prendi per il culo? E’ da un chilometro che ripeti ‘ci siamo quasi’ ”.
“Eccolo,” faccio io, indicando un punto nel groviglio d’insegne che penzolano, stordite dal caldo, davanti a noi.
“Dove?”
“Dopo la farmacia.”
“Boh?”
“Mi sa che sei tu che hai bisogno dell’ottico,” le dico, in un tono più cupo che acido.
Ines replica con una falsa risata sarcastica.
Cerco di liquidarla: “Senti, tu mi aspetti qui. Faccio in cinque minuti."
“Come sarebbe? No, bello, ci vengo anch’io!”
“Ci metto tre minuti.”
Si ferma, si pianta le mani sui fianchi: “Perché non vuoi che vengo?”
“Ma perché no, dài!”
“No, Lele, ora mi dici perché non devo venire!”
“Perché…perché voglio andarci da solo.”
“Dov’è quest’ottico?”
“Là! E’ là! Vedi quell’insegna gialla e rossa con scritto Kodak?”
Si volta, finge di guardare e torna a inchiodarmi gli occhi addosso: “E’ una donna, l’ottico?”
“NO! E’ un vecchio, un vecchio coi capelli bianchi!”
“Fammi vedere gli occhiali!”
“T’ho detto di no.”
“Perché?”
“Voglio essere io a scegliere.”
“E il mio parere non conta un cazzo, eh?”
Impreco fra i denti e caccio la mano nel mio zainetto. Tiro fuori la busta e gliela porgo. “Fa’ attenzione,” dico.
Ines lascia scivolare gli occhiali fuori della busta nel palmo della mano, li osserva col sopracciglio alzato e fa per rendermeli: “Tie’, fammi vedere come ti stanno.”
Li riprendo, resto lì, indeciso. Immagino di provarli, mi figuro la faccia larga di Ines che si dilata ancora di più in un sorriso beffardo.
Le strappo la busta di mano e ripongo il fagotto nella borsa.
Ines trasecola: “Che fai?”
“Li rimetto a posto. Potrebbero rompersi. Sono sacri, capito?”
“Sei proprio rintronato!”
Mi guardo in giro. Indico un negozio di costumi da bagno dall’altra parte della strada.
“Senti, Ines, aspettami lì. Volevi comprarti un costume, no? Guardali tutti ben bene, e scegli…scegli quello che più mette in risalto le tue curve…veneree. Domenica ti porto al mare, eh? Io faccio in due minuti, due minuti d’orologio.”
Lei continua a squadrarmi con aria di sfida, di scatto mi volta le spalle e si appresta ad attraversare. Mentre controlla che non sopraggiungano automobili, batte un tacco per terra e sbuffa, facendo vibrare le labbra come fanno i cavalli.
La quieta penombra del piccolo negozio ha il potere di placarmi.
La figura del vecchio è inquadrata nel vano dell’uscio del retrobottega. E’ seduto a un tavolino e si sorregge la fronte con la mano. Il cono di luce della lampada è puntato sulla mola e gli investe il profilo delle spalle ampie e rotonde.
Il vecchio si volta lentamente.
“Buonasera,” mormora, guardandomi da sotto in su. Si alza e, con calma, raggiunge il banco. Indossa un gilet di lana bordeaux su una camicia bianca. Poggia sul banco le mani aperte e mi scruta coi suoi grandi occhi grigi. Tutto in lui esprime pacatezza.
“Ah. Lei è venuto l’altro giorno. E’ il signor…Baldini.”
“Sì,” rispondo lusingato dal fatto che ricordi il mio nome. Frugo nel mio zainetto: “Mi ha dato due paia d’occhiali da scegliere, e…”
“Sì, mi ricordo. Allora, ha deciso?”
Spingo al centro del banco gli occhiali che ho scelto: “Voglio questi.”
“Bene. Li ha fatti vedere alla sua ragazza? Le sono piaciuti?”
“Hm, hm,” annuisco, mentendo. “Comunque mi ci trovo bene, mi sembra quasi di non averli.”
“Oh, sono degli ottimi occhiali, e comunque, se si dovesse allentare una vite, o per qualsiasi altro problema, io sono qua.”
Maneggiandoli con venerazione, mi appongo gli occhiali sul naso, me li aggiusto dietro le orecchie e, incurante del bollino appiccicato sulla lente sinistra, mi ammiro nello specchio disposto sul banco.
“Le danno un’aria distinta,” osserva il negoziante.
Arrossisco, sorrido, mi tolgo gli occhiali.
“Allora …La ricetta me l’ha data l’altra volta. Questi li mettiamo da parte e…questi…nella busta.”
Le mani del vecchio si muovono con ponderata sicurezza, come su un tavolo da gioco. Prende una penna e scrive il mio nome sulla busta, in una grafia tremolante ed ariosa al tempo stesso.
Si sofferma a riflettere: “Dunque…Il prezzo, si era detto…”
“Centoventicinque.”
110 euro, scrive vicino al margine della busta, senza accennare allo sconto.
Solleva il capo: “Quando passa a prenderli?”
“Quando sono pronti?”
“Ah, per me anche domani.”
“Oh, mi spiace, domani non posso. Mi sa che ripasso lunedì prossimo.”
“Come vuole, signor Baldini.”
“Mi raccomando, me li faccia bene, eh?”
“S’intende,” borbotta leggermente indignato. “Ne va del mio buon nome.”
“Lo so, lo so, facevo così per dire. Sa, gli occhiali sono una cosa importante.”
“Ah, questo è certo. Ma lei può stare tranquillo, i suoi occhiali saranno perfetti.”
“Beh, grazie. Allora…arrivederci.”
“Arrivederci e grazie a lei, signor Baldini.”
Esco di nuovo nella calura della strada. Tutto è come prima, ma qualcosa in me è cambiato: ora il mio corpo si muove con nobile compostezza. Non sono più Lele, sono il signor Baldini; e cerco con lo sguardo... la mia signora.
Davanti al negozio dei costumi da bagno non c’è. Mi sposto più avanti, torno indietro, scruto nel viavai dei passanti. Nulla.
Comincio a preoccuparmi.
Che se ne sia andata senza di me? E’ così impulsiva.
S’è arrabbiata e se n’è andata.
Non ha tutti i torti, mi sono comportato da cafone. Mi scuserò, le telefonerò e le chiederò perdono.
Ma no, eccola! Intravedo il suo faccione tra la folla, mi ha visto, le vado incontro.
“Dove sei stata, cara?”
“Per i cazzi miei, se non ti dispiace.”
“Non hai comprato il costume?”
“Bah! Cari azzannati. Comunque m’è venuto in mente che domenica avrò le mestruazioni. Non mi va di andare al mare con un tappo nella…”
Le taglio la parola in bocca: “Va bene, va bene, ci andremo un’altra volta.”
Immagino me stesso coi miei nuovi occhiali.
‘Ottimi occhiali…le danno un’aria distinta…signor Baldini…come vuole, signor…’

“Lele?! Oh-oh?! Ci sei?” grida Ines, agitandomi la mano davanti al viso. “Senti, avrei un certo languorino, si fa un salto da McDonald?”
“Uh? Ah, sì, certo.”
In un estremo, disperato gesto di galanteria, le cedo il passo e mi accodo alla scia di profumo e sudore che si lascia dietro.
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mercoledì, 01 novembre 2006
L’INCANTESIMO DEL SONNO

Dopo pranzo accostava gli scuri e si rincantucciava sulla sedia disposta tra la credenza intarsiata e la cucina economica.
Accavallate le lunghe gambe avvolte in calze opache, chinava il capo e cominciava a dondolare un piede.
La punta della ciabatta oscillava avanti e indietro con ritmo regolare, silenzioso contrappunto al ticchettio della pendola.
Da una lunga crepa nel soffitto il sonno scendeva sul suo capo e avvolgeva come una ragnatela le chiome raccolte in matasse ondulate, si posava nelle occhiaie profonde e afflosciava le labbra in una smorfia amara. Le mani ossute raccolte in grembo si abbandonavano tra i fiori bianchi sparpagliati sullo sfondo nero della vestaglia, e il suo corpo magro quasi cessava di respirare.
Soltanto il piede continuava a oscillare: con movimento ipnotico spandeva all’intorno torpore, in onde concentriche che, toccando le cose, le facevano addormentare.
Si addormentava la luce del sole che appena infiltrata dalla finestra cadeva sul pavimento rosa scuro, punteggiato di macchie simili a pietruzze, e lì giaceva in una striscia dai contorni netti. Si addormentavano la credenza, la stufa, l’attizzatoio appeso alla maniglia, la tavola coperta dalla cerata color legno, mentre il divano si infagottava nel suo telo a quadretti come un vecchio freddoloso. Il pendolo dell’orologio ciondolava per inerzia e i numeri romani nel quadrante diventavano segni indecifrabili. Il televisore spento taceva confinato nel suo angolo, dormiva in piedi, su esili gambe di ferro.
I colori del calendario del Frate Indovino si attenuavano, velandosi di mestizia come illustrazioni di vecchi libri di scuola, e il rametto d’ulivo legato al chiodo che lo reggeva impallidiva di polvere.
Si assopiva infine la grande poltrona di stoffa dove io, ragazzino di undici anni, mi sprofondavo a contemplare la nonna che dormiva.
E intanto sentivo il sonno propagarsi anche all’esterno della casa, mitigando la nenia stonata e roca delle galline e stemperando l’odore di pollaio.
Si addormentava l’angusto cortile chiuso tra le mura sbilenche dei ripostigli, e nell’ombra dei ripostigli, che sapeva di fresco e di chiuso, di polvere, olio da macchine, legno stantio e semenze imballate, dormivano senza memoria mobili vetusti e arnesi da carpentiere arrugginiti, e nell’ombra dell’ombra si appisolava il topo.
Fuori, nel sole infiacchito, al centro dell’aiola rotonda, il susino chinava i suoi rami sui pomodori gonfi di sonno; si addormentavano nelle loro cassette il basilico, la salvia, il rosmarino.
Dormiva un sonno fondo un pozzo la conca dell’acqua piovana.
Dormiva con la bocca spalancata il lavatoio in pietra con il suo pezzo di sapone consumato che riposava nella nicchia; sbadigliava ai suoi piedi il secchio di metallo, gravato del peso dello straccio penzolante dal bordo, che già da un’ora ciondolava nel dormiveglia, gocciolando sul lastrico senza saperlo. Sonnecchiava come una serpe la canna per annaffiare, avvolta intorno a un barattolo arrugginito appeso al muro.
Il cumulo di assi, seggiole rotte, reti di letto allentate ammucchiate in un angolo, il bidone della vernice con dentro la pennellessa irrigidita dalla vernice rappresa… tutto cedeva al sonno quando la nonna dondolava il piede.
Io restavo lì seduto finché le palpebre non mi diventavano pesanti, allora mi alzavo e me ne andavo. In punta di piedi, per non turbare l’incantesimo.
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