lunedì, 30 ottobre 2006
MISSIONE DI SALVATAGGIO

Questo bambino sta compiendo una missione di salvataggio.
Centinaia di chicchi di riso stanno annegando nel brodo. Lui, Jack Egan, conosciuto nel suo ambiente come Lo Specialista, sta pilotando un cucchiaio sopra il lago di minestra nell’estremo tentativo di recuperare i naufraghi.
Potrebbe schiantarsi contro i bicchieri, o nel gigantesco serbatoio municipale dell’acqua gassata, ma l’impresa più difficile è il trasferimento dei superstiti dentro la bocca (che s’apre e si chiude per mezzo di sensori) senza andare a sbattere contro i denti.
Solo grazie alla sua indiscussa perizia e a un’audacia eccezionale, Jack Egan riuscirà ad evitare il peggio.
- Egan a Centro Controllo. Finora tutto bene, tra poco avrò finito.
- Centro Controllo a Egan. Qui è tutto pronto, mandane giù ancora un po’.
- Ricevuto.
Il cucchiaio si riempie. Sollevatosi in volo verticale e compiuta una virata a novanta gradi, deposita nella bocca aperta un gruppo di chicchi ormai privi di sensi, che vengono risucchiati lungo l’esofago e deposti nello stomaco, dove riceveranno soccorsi e cure. Poi torna sul luogo del disastro, pronto a salvare altre vite.
Ma un tragico imprevisto compromette l’operazione. Uno scapaccione paterno, mostruoso rapace con l’apertura alare di un DC-9, si abbatte sul Centro Controllo Missione emettendo il suo caratteristico richiamo: “TIENILO PERBENE, QUEL CUCCHIAIO!”
Uno schianto risuona nell’aria densa di vapori. Jack Egan, confuso come un principiante, perde il controllo del velivolo, che si inclina pericolosamente e precipita in picchiata al centro della minestra. Un’ondata di brodo travolge i naufraghi, che in uno slancio disperato tentano di fuggire lanciandosi contro il bordo del piatto.
Intanto, come un simbolo apocalittico, cala dal cielo una teglia di pollo fritto. Nuvole di fumo si levano verso il sole fioco della lampada al neon.
Un disastro tra i più gravi degli ultimi decenni, qui in casa Barbetti, dove sessanta grammi di riso vanno incontro a una morte orribile. Il Coordinamento Soccorsi si è trincerato dietro il silenzio stampa. Lo scapaccione paterno è ormai scomparso all’orizzonte, ma potrebbe tornare a colpire da un momento all’altro e decretare così l’ultimo atto dell’immane tragedia.
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sabato, 28 ottobre 2006


Era una stazione fantasma e per entrare avevano dovuto scavalcare un cancelletto chiuso con un catenaccio.
La pensilina dov’erano seduti era di cemento, di un bianco coperto da aloni giallastri, deturpata da graffiti.
La ragazza aveva poggiato a terra lo zainetto della scuola, stava con le braccia conserte e guardava la casa dalla parte opposta della stazione, un edificio basso che proiettava un’ombra sbilenca sulla banchina color ruggine slavato.
Il ragazzo stava curvo in avanti, i gomiti puntati sulle cosce e le mani raccolte davanti a sé.
“Sei sicura?” Disse.
La ragazza non rispose.
Il ragazzo aspettò ancora, poi disse: “Ti vuoi mettere con un primino? Hai diciassette anni e ti vuoi mettere con uno di quindici? L’hanno pure segato.”
La ragazza guardò lontano, di là dal muro che delimitava la ferrovia. Tra le cime degli alberi s’intravedeva un profilo di monti bassi e morbidi.
Disse: “Ma che ci posso fare, se sono innamorata di lui?”
Il ragazzo guardò una scritta a spray sulla parete accanto a lei: una scritta nera, tutta curve e punte acuminate. Non riuscì a decifrarla. Strappò alcune di foglie da un’erbaccia e le stropicciò tra le dita.
“Ma lui è innamorato di te?” Disse.
“Credo di sì.”
“Sì?”
“Non lo so.” La ragazza sorrise, leggermente imbarazzata. “Lo spero.”
Il ragazzo gettò via di lato le foglie sminuzzate: “In questo caso, se fossi in lui e ti vedessi con me durante la ricreazione, non starei lì come uno stupido a far finta di niente.”
“Ma è timido.”
“Mah… sarà.”
Si raddrizzò, incrociò anche lui le braccia sul petto e anche lui guardò tra le cime degli alberi, di là dal muro. Uno stormo di gabbiani attraversò il cielo.
“Guarda, i gabbiani!” Disse la ragazza.
“Belli, eh?”
“Sì.”
“Vanno alla discarica d’immondizia”.
La ragazza fece una smorfia: “Quando fai così non ti sopporto.”
“Così come?”
“Che bisogno c’era di dire che vanno alla discarica. Erano così belli.”
“Sono belli lo stesso. Ma è anche vero che vanno alla discarica.”
La ragazza s’indispettì: “Chi te lo dice? Io dico che vanno verso il mare.”
“No.”
“Perché no?”
Il ragazzo indicò con il pollice i binari, verso destra: “Perché il mare è da quella parte. A ovest.”
La ragazza sbuffò.
“Senti,” disse lui. “Tu credi che non so essere romantico, se mi ci metto?”
“Non ci si mette, a essere romantici: o uno è romantico o non lo è.”
Il ragazzo guardò di nuovo la scritta a spray. Questa volta riuscì a leggerla. C’era scritto KRASH.
“Comunque io non te lo dico che i gabbiani vanno al mare, se vanno alla discarica.”
“Va bene, va bene. Anzi, se non dici proprio nulla è ancora meglio.”
Il ragazzo tirò fuori il pacchetto delle sigarette ancora sigillato, l’aprì, ma poi ci ripensò e se lo rimise in tasca.
“Forse non è stata una buona idea venire qui,” disse la ragazza.
“Perché?”
“Mah…”
“Tanto a me di andare a casa non mi andava. A te?”
“No, ma…”
“Ma preferivi prendere l’autobus con lui.”
La ragazza fece un sorriso tirato e si ravviò una ciocca di capelli. Il ragazzo girò la testa nella sua direzione, ma all’ultimo istante deviò lo sguardo sul graffito. KRASH.
“Ti amo,” disse.
“Lo so,” disse la ragazza.
E rimasero in silenzio, a guardare lontano. Tutti e due tenevano gli occhi socchiusi a difesa dal sole.
Poi il ragazzo si alzò, si avvicinò ai binari e restò lì per un po’, con le mani nelle tasche, a contemplare la ferrovia.
Stava arrivando un treno.
Si voltò verso la ragazza: “Che dici, andiamo?”
Lei annuì, raccolse lo zainetto, si alzò e gli si mise accanto.
“Aspettiamo che passi questo treno e poi si va, eh?” Disse lui, tenendo gli occhi fissi al muso del locomotore, che s’ingrandiva sempre di più.
Un finestrino del locomotore lampeggiò nel sole.
Il treno passò e il vento scompigliò i capelli della ragazza.
Seguirono con lo sguardo l’ultima carrozza allontanarsi nell’intrico di pali, rotaie e cavi elettrici.
“Va verso il mare,” disse lui. Aspettò ancora, poi si chinò sulla ragazza e le posò le labbra sul collo.
Lei restò immobile, con gli occhi chiusi.
Lui la baciò a lungo, ma senza quasi muovere la bocca, per evitare che lei lo respingesse, poi si scostò con dolcezza.
Lei continuò a guardare i binari verso ovest, il treno che scompariva all’orizzonte.
Si avviarono lentamente, a fianco a fianco, guardando per terra.
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lunedì, 23 ottobre 2006

Suonavo la batteria perché mi piaceva come le bacchette rimbalzavano sui tamburi.
Non tenevo la bacchetta tra il pollice e il medio, come i professionisti, la impugnavo come il mestolo della mamma, quando da bambino scimmiottavo il tempo di Bolero su una scatola di latta. Ma con la scatola non c’era rimbalzo.
Col rullante, invece, un colpo secco e la bacchetta schizzava all’insù come una scheggia.
E’ la stessa soddisfazione che si prova colpendo la palla da tennis con la racchetta o saltellando su una superficie elastica, un piacere ancestrale, infantile, che istiga alla ripetizione.
Sfido chiunque a battere due colpi su un tamburo senza cedere all’impulso di seguitare finché qualcuno non gli tira una scarpa in testa.
La batteria, una Pearl amaranto, non era mia, apparteneva a Marco, il bassista del gruppo.
Marco assomigliava a un Gesù Cristo anglosassone appena uscito dalla doccia. Il suo gesto più tipico era quello di rovesciare la testa all’indietro e ravviarsi i lunghi capelli biondi. Suonava a gambe larghe e oscillava lentamente in ogni direzione, come un’antenna. Alto com’era, faceva scena. Aveva un sacco di soldi e ne spendeva molti in strumenti musicali. Tutti noi usavamo i suoi strumenti, tranne il Buccia, che aveva la propria Fender. Anche la cantina dove suonavamo era sua.
La cantina aveva il pavimento in cotto e le pareti tappezzate con cartoni da uova (un trucco per insonorizzare l’ambiente, N. d. A.). Sui cartoni da uova erano appesi dei poster di donne nude. A me piaceva la brunetta seduta a caviglie incrociate. La guardavo mentre aspettavo che gli altri mettessero a punto l’accordatura.
C’erano quei tempi morti che mi innervosivano.
Un batterista, si sa, non ha bisogno di accordare lo strumento. Arriva ed è pronto ad agire, anzi, non sta nella pelle. I suoi nervi, i suoi muscoli e le sue ossa esigono che la macchina a percussione si metta in moto e lavori il tempo trasformandolo in ritmo. Non ha la pazienza di indugiare in punta d’orecchio su una corda di chitarra o su un tasto di pianoforte.
Così, per distrarmi nell’attesa, guardavo la brunetta del poster, ma dopo quindici secondi neanche quella mi diceva gran che.
Un’altra cosa demoralizzante era quando mi dicevano di pestare più forte.
“Non ti si sente! Picchia di più!”
Li assecondavo per un minuto o due, poi smorzavo gradualmente.
Per loro la batteria era un trattore che tira un rimorchio, e se ne fregavano delle finezze tecniche. Io invece basavo il mio stile sulla rapidità, sui lacchezzi, sui cambi d’intensità. Ma vaglielo a spiegare. Una volta dissi la parola ‘sincopato’ e scoppiarono a ridere. “Che hai detto?! Ma come parli?! Ma va’ a cagare te e il simpepato!”
Solo Franco, il tastierista, la faccia seria del gruppo (occhiali e barba ben curata) mi capiva, perché ascoltava jazz, ma non ricordo che sia mai intervenuto in mio favore (il vile, N.d.A.).
Ci incontravamo in cantina un paio di volte alla settimana e si cominciava col provare un pezzo nuovo.
Andy cercava di mandare a memoria il testo, mentre lo cantava leggendolo da un foglio. La sua pronuncia dell’inglese lasciava a desiderare, ma aveva la voce come una motosega, gli occhietti maligni, e vestiva sempre di nero. Quando in Roadhouse Blues diceva ‘Get up your vows’ (Sciogli i tuoi voti, N. d. T. ) pareva un diavolo che ti invitasse a vendergli l’anima. Poi ruttava nel microfono e il suo fascino andava in frantumi all’istante.
Dopo l’approccio coi pezzi nuovi si ripassavano quelli già collaudati. Tutte cover. Canzoni composte da noi non ne avevamo. I nostri gusti musicali erano troppo diversi per giungere a un compromesso, e infatti la scaletta era un pasticcio mostruoso. C’era tutto quel che si può suonare con le chitarre elettriche: rock anni ’70, rock ‘n’ roll, discomusic, blues, rhytm & blues, grunge, psichedelia, punk, ye-ye anni ’60.
Una volta proposi di fare anche un pezzo acustico. Accolsero l’idea con inaspettato entusiasmo, a condizione che il brano comprendesse la chitarra elettrica, il basso, la tastiera e la batteria. Lasciai perdere.
A tarda sera veniva a trovarci la combriccola dei nostri fans, birre in mano e fumo da rollare. Si cannavano, accalcati l’uno addosso all’altro, rubandoci spazio e ossigeno, intossicandoci col fumo passivo.
Ognuno di loro pretendeva che eseguissimo, e subito, la sua canzone preferita tra quelle in programma, e la reclamava con berci e insulti. Quando s’erano stufati schiodavano tutti insieme e andavano a consumare i pochi neuroni d’avanzo in qualche locale del centro.
Noialtri restavamo lì a perfezionare questo o quel pezzo, ripetendo: “Ah! Meno male che se ne sono andati! Ah! Come si sta bene, ora!” Proprio come dicono le rockstar quando i loro ammiratori li lasciano in pace.
D’estate, grazie al nostro bassista, mecenate e, a questo punto, anche impresario, trovammo un ingaggio al Be Bop, una volta alla settimana. Per l’occasione coniammo il nuovo nome del gruppo: Mother Goose, proposto dallo stesso Marco.
Suonavamo al Be Bop il giovedì sera. Ci riunivamo verso le nove a casa di Marco, una tana con luci soffuse, dotata di tutti i comfort, compreso un letto a due piazze. Si cenava con un piatto di spaghetti così piccanti che ci facevano sudare, e allora…dàgli con la birra! Poi loro si facevano una cannettina-dessert e io attizzavo la mia sigaretta.
“E dài, fatti un tiro,” mi diceva il Buccia, quasi implorandomi.
“No, grazie.”
Il Buccia faceva palestra e veniva alle prove coi muscoli sempre indolenziti. Era un bravo chitarrista, ma non aveva un talento naturale, sicché studiava le scale e gli assoli con la lingua di fuori come uno scolaro. Quando riceveva un complimento si schermiva dondolando la testa: “Macché, macché.”
“Sicuro che non ne vuoi?” Mi diceva, seguitando a porgermi lo spinello.
“No, grazie, davvero.”
“Mah. Fa’ come ti pare…”
Mi dispiaceva spezzare, col mio diniego, il cerchio della nostra complicità, ma d’altra parte, se quel cerchio era solo un anello di fumo…
Dopo cena indossavamo la nostra ‘divisa’: camicia a colori vivaci con ampio colletto anni ’70 e gilet nero, che sembravamo una squadra di prestigiatori. Mettevamo su una videocassetta qualsiasi e vedevamo un pezzo di film facendo due chiacchiere senza senso per stornarci dalla tensione dell’imminente performance.
Poi scendevamo in cantina e preparavamo gli strumenti. Un tizio, non ricordo chi, forse un amico di Marco, li trasportava con un vecchio furgone della Wolkswagen fino al Be Bop. Noi lo seguivamo coi nostri motorini lungo le vie del centro, quasi deserte e ancora stordite dalla calura del giorno.
Giunti davanti al locale, si scaricavano gli strumenti dal furgone e si portavano dentro.
All’epoca il Be Bop era il classico localino famoso & fumoso, e da fuori sembrava una specie di pub. Aprivi la porta e ti trovavi davanti una scala ripida e angusta che ti portava giù nel sottosuolo. Insomma, da una cantina all’altra. Il Be Bop, ovviamente, era molto più ampio della nostra cripta, ma l’acustica era altrettanto pessima.
In fondo alla scala, addossato a una parete, c’era il palco. Un murale che sembrava dipinto da un alunno della scuola media faceva da sfondo.
Il gestore era un panzone con l’accento del sud. Per lo show ci dava 200 mila lire da spartire in cinque e guadagnava tre o quattro volte tanto.
“Portate gente, portate gente!” Ci ripeteva. E noi gliela portavamo, la gente, cioè l’orda dei nostri fans, più i loro conoscenti, le loro ragazze e le amiche delle loro ragazze. Alla compagnia s’aggregavano altri tipi bizzarri che apparivano e scomparivano come meteore. Questa mandria affamata e assetata occupava gran parte della sala principale. Negli angoli e nei separé erano stipati gli altri avventori, soprattutto turisti.
Mentre eravamo intenti a preparare il palco arrivavano, a grappoli, i nostri instancabili seguaci, gettandosi sui posti migliori. Qualcuno sfoderava una videocamera, un altro una macchina fotografica, un altro ancora s’era fatto la maglietta con la scritta Mother Goose e ce la mostrava con orgoglio. Ci facevano sentire importanti, ma non quanto i boccali di birra che ordinavano immediatamente, con angoscia, manco avessero appena attraversato il Sahara.
Verso le dieci e mezza, a sala ormai piena, si dava inizio allo show. Sapevamo il fatto nostro, e non lo dico per dire. Bruciando le calorie degli spaghetti assatanati si filava come treni un pezzo dopo l’altro, senza stecche e senza sgarri. Godevo, lo ammetto: certe canzoni le suonavo a occhi chiusi col brivido su per la schiena. E come rimbalzavano bene le bacchette! Si viaggiava leggeri per tutto il primo tempo.
Poi c’era la pausa.
Allora e solo allora ci rendevamo conto di essere completamente rintronati, il cervello in distorsione e il cuore un woofer scoppiato.
Ognuno cercava di rimettersi in sesto a modo suo. Andy e Franco si facevano praticare la respirazione bocca a bocca dalle loro fidanzate, il Buccia e Marco si offrivano in sacrificio alla folla dei fanatici che li strapazzavano annaffiandoli di birra e strizzandoli affettuosamente tra le grinfie. Io usavo una mia tecnica di rilassamento che consisteva nello stravaccarsi su una sedia, allentare le mascelle e imbottirsi di nicotina.
Dopo qualche minuto ci riunivamo attorno all’unico tavolo sempre libero, quello davanti alla toilette, e cercavamo di fare il punto della situazione: “Allora, ragazzi, tutto a posto? Siamo andati bene, no?” Diceva Andy, con gli occhialini scuri in punta di naso. “Si ricomincia con Born to be wild.”
“Vai.”
“Come bis si fa Gloria?”
“No, facciamo Lithium.”
“Macché.Ci vuole qualcosa di classico.”
“Io invece spiazzerei tutti e gli rivogherei Il ragazzo col ciuffo.”
“Sai cosa? Facciamo decidere al pubblico.”
“Sì, giusto.”
“Mi raccomando, Franco, non fare tante svisatine con la ruzzola. Michele, pesta di più, sennò non ti si sente.”
“Ma ci sono i microfoni.”
“Te fregatene, spacca tutto. Vuoi un goccio di whisky?”
“No, grazie.”
“Ragazzi, spacchiamo tutto davvero, come gli Who!”
“Tanto è tutta roba di Marco.”
“Te, Buccia, cospargi la chitarra di benzina e dagli fuoco, come Jimi Hendrix. Tieni, ti do lo Zippo.”
“Ragazzi, è ora. Si va?”
“Andiamo.”
Ci alzavamo e andavamo dritti verso il palco, attraversando in fila indiana l’intero locale, senza vedere nessuno, senza ascoltare nessuno, nemmeno l’applauso che accoglieva il nostro rientro.
Per me, quello era l’unico momento veramente rock di tutta la faccenda. Quello e la sensazione delle bacchette che rimbalzavano sui tamburi.
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domenica, 22 ottobre 2006

da tanto non rileggevo questa cosa scritta qualche anno fa... mi ero dimenticato che allora avevo un gatto


LO STETOSCOPIO

 

Sotto il letto ho una cassetta di legno piena di carabattole. Ho gettato nella spazzatura libri scolastici, vestiti smessi e quaderni di poesie, e ho conservato questi oggetti da nulla. Una stramberia. Ma ormai sono lì da tanto tempo…Sopportano senza protestare il buio, la polvere e la loro stessa inutilità. Non ho l’animo di buttarli.

Tiro fuori la cassetta, la apro a questa luce malata, piovigginosa. Guardo gli oggetti, li sfioro con le dita. Orologi rotti, fibbie staccate, adesivi anni settanta, un bauletto di nichelini stranieri, biglie colorate, carte da gioco stropicciate, un binocolo da teatro… E questo vecchio stetoscopio, residuato di uno sfigmomanometro disperso…

 

I grossi auricolari di plastica premono dolorosamente contro le cartilagini. La vocazione medica esige sacrificio e abnegazione. Mi stride fra le dita, il tubetto di gomma fatto a Y.

Eccomi in piedi in mezzo alla camera, il cerchietto del diaframma sollevato dinanzi a me. Lo oriento a destra e a sinistra, come un piccolo radar.

 

Toh, un gatto! Dorme, beato e tondo, acciambellato sul tappeto. Mi chino su di lui e comincio a palparlo con lo strumento. Al primo tocco si sveglia, mi indirizza un’occhiata sonnolenta e un po’ risentita. Tento di percepirne, attraverso il dorso, il battito cardiaco, i polmoni…Inutile, è troppo grasso. Ecco che si rovescia a pancia all’aria e comincia a giocherellare con lo ‘steto’. Un crepitio infernale. Ritiro bruscamente l’apparecchio e stimolo il mio paziente facendogli il solletico sotto la gola. Parte con le fusa: come il motore di un elicottero da guerra lontano lontano, interrotto da brevi silenzi. Non molto emozionante, in verità.

Mi alzo. Il gatto mi guarda come per dire: ‘Ma come, prima mi svegli, mi stuzzichi, e poi te ne vai?’ Ovviamente non può comprendere il mio atteggiamento rigorosamente scientifico.

Devo saggiare, sperimentare, io, altro che bambinate!

 

Non odo il rumore dei miei passi. Respiro come un astronauta.

Un colpo di clacson attraversa la casa come uno spiritello volante, seguìto da un breve riverbero metallico.

 

Appoggio il diaframma sul ripiano della scrivania. Si capta, ovattato e confuso, il traffico della strada, come se dentro i cassetti brulicasse una metropoli in miniatura.

 

I libri.

Questo, per esempio: Poesie cinesi dell’epoca T’ang.

Lo scartabello. Plic! Plic! Quasi uno stillar d’acqua in uno stagno, un piccolo stagno con ninfee sulla cui riva, seduto nella posizione del loto, medita il poeta.

Un’arancia a orologeria.

Secco, violento crepitio d’incendio.

La steppa di Anton Cechov.

Un ampio telo schiocca nel vento di una pianura desolata.

 

Ogni libro ha una voce diversa.

Sovrappensiero mi gratto una guancia. Perbacco, sembra di cartavetrata! Urge una rasatura.

…Lasciamola urgere. Ora devo sondare…esplorare.

 

Gli auricolari mi fanno male, ma il mio spirito galileiano resiste ad ogni avversità.

Solo che non so più cosa auscultare.

 

Che scemo! Ho trascurato il soggetto più interessante: me stesso!

Premo il diaframma contro il palmo della mano. Un mormorio monotono, cupo, come un fiume sotterraneo, come le vene acquifere che invisibili scorrono sotto le rocce, anche dove tutto, in superficie, sembra immobile.

Forse è questo, il respiro della Vita alla sua potenza elementare, uguale a se stesso da milioni d’anni, moltiplicato per quanti sono gli esseri viventi sulla terra. Che mistero!

Shhh! Il mio cuore: fiotti afoni, vanno per conto loro. Li sento estranei, m’inquietano, e più sono inquieto, più mi sono estranei.

Quando la voce del cuore è così forte capisci che si tratta di una cosa al tempo stesso viva e meccanica. Ma la meccanica, si sa, è suscettibile di guasti e la vita, nello spazio di un secondo, può tramutarsi in morte.

Senti le pulsazioni amplificate, queste percussioni sbuffanti da prova microfono e… caspita! sembra impossibile che la faccenda vada avanti per anni…per decenni, e al contrario sembra così facile che possa tacere all’improvviso, magari...magari proprio adesso...

 

Mi tolgo in fretta lo stetoscopio e lo ributto nella cassetta delle cianfrusaglie, che spingo di nuovo nell’ombra, sotto il letto.

 

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sabato, 21 ottobre 2006

Cos’è la libertà?

Io so cos’è UNA libertà.

Forse ce ne sono altre, ma ce n’è una che conosco bene e mi accompagna da tanto tempo.

La libertà di provare.

Di creare.

Di improvvisare.

Di sbagliare.

Di continuare nonostante l’errore.

Di migliorare.

Di perfezionare.

E a questo punto, di andare oltre, di sperimentare una variazione.

E sperimentando, sbagliare di nuovo.

Riprovare.

Migliorare.

Portare a compimento.

Stabilizzare in una forma durevole, definitiva.

E dire alla fine: Ecco, così va bene. Ecco, è una cosa bella che ho fatto io.

E amare ciò che si è fatto, da soli, medium di un’ispirazione che viene da chissà dove.

Senza nessuno a sorvegliarci, a rimproverarci, a dirci va bene così.

Magari con fatica, ma senza paura, senza badare all’orologio, senz’altri limiti che quelli del proprio buon gusto, della propria sensibilità.

E’ una libertà che ti rende migliore, più buono, più bello.

E io la provo ogni volta che invento una canzone.

 

Una volta ho scritto una canzone per una ragazza.

Un dono raro e prezioso, come può essere raro e prezioso il frutto della libertà.

Lei quella canzone non l’ha mai sentita.

Non rimpiango niente di ciò che accadde fra me e lei, nemmeno i momenti più tristi e dolorosi.

Ma quella canzone è rimasta come un regalo mai scartato, metafora di una vita insieme che non fu mai realizzata, che rimase fugace fantasia.

Per questo adesso non la canto mai, e non l’ascolto più: perché fa male.

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mercoledì, 18 ottobre 2006
Quando avrei bisogno di sentire qualcuno e invece non c'è nessuno è una dura lezione. Imparo a non fare troppo affidamento sugli altri, imparo a cavarmela da solo.
Poi tornano, tornano sempre.
Come la marea, che va e viene.
Gli altri sono come le onde del mare.
E anch'io forse, per gli altri, sono un'onda che viene e che va.
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lunedì, 16 ottobre 2006
Stasera mi è successa una cosa bellissima, che non mi aspettavo. Qualcuno mi ha detto 'ti voglio bene' .
Comunque qui il cielo è sereno, tira un po' di vento e fa freschino.
Sto sorridendo.
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sabato, 14 ottobre 2006

Non ho bisogno di affetto.

Non mi è mai mancato.

Non ho bisogno della tua amicizia.

Non ho bisogno di buoni consigli.

Mi sono superflui.

E non è vero che chi vuole può.

E’ vero che chi può vuole.

Non ho bisogno di sentirmi chiedere come stai.

Non ho bisogno di sentirmi chiedere cosa fai.

Quelli come te amano queste domande.

Quelli come te pretendono certe domande.

Io no, mi mettono a disagio.

Preferisco parlare del tempo.

Oggi il cielo è nuvoloso forse pioverà.

E’ molto più poetico.

Non ho bisogno di sentirmi dire ti voglio bene.

Fa piacere a te dirlo.

Ti riempie di affetto.

Ti emoziona.

A me non serve.

Una volta incontrai una donna che mi disse:

Io sono un angelo, aiuto le persone, chiedimi ciò che vuoi e te lo darò

Io dissi:

Bene, mi distenderò nudo sul letto.

Accarezzami dappertutto, angelo mio.

Sparì nel nulla e non lo vidi più.

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sabato, 14 ottobre 2006

La TV è in metastasi. Ormai anche ALLMUSIC e MTV, terminazioni nervose che fino a qualche tempo fa sembravano emergere dalla materia malata della televisione standard, sono diventati uno schifo.
Da circa dieci anni ho l’abitudine di far colazione con queste due emittenti che si alternano in sottofondo.
Un amatore della musica come me, ovviamente, non può essere molto soddisfatto della fuffa che si sente in giro, ma a volte capitava qualche pezzo interessante, col ritornello da canticchiare mentalmente anche dopo, a schermo spento, a labile consolazione dello stress quotidiano.
Ricordo con piacere Bittersweet Symphony dei Verve, con lui che per tutta la canzone cammina lungo un marciapiede, oppure Drinking in L.A. dei Bran Van 2000, che come clip non era un gran che, ma la canzone mi piaceva molto.
E altri che ora come ora non mi sovvengono. Tutti trasmessi giorno dopo giorno la mattina, su per giù alla stessa ora, tanto che potevo saltabeccare da un’emittente all’altra quasi sicuro di intercettarli.
Era una heavy rotation accettabile, i video si susseguivano senza troppe interruzioni. Adesso è infarcita di pubblicità, di anteprime, di jingle, di trailer cinematografici, di sonerie per cellulari e altre cazzate da adolescenti. E, a peggiorare il quadro clinico, la penuria di canzoni decenti è ormai endemica.
In questi giorni, ad esempio, l’unica cosa che mi diverte un po’ è il ritornello di Rock the Party di Bob Sinclair (ma solo il ritornello, il resto è visivamente e musicalmente brutto).
Insomma per un minuto di piacevolezza devo sorbirmi tanto di quel coloratissimo pattume spotteggiante che mi viene da rigettare i cornflakes.
Quando vennero fuori i primissimi videoclip, l’emittente italiana che li mandava in onda per tutto il giorno si chiamava VIDEOMUSIC, e in confronto alle altre reti era una bestia rara.
I video di allora stanno a quelli odierni come i vecchi film di fantascienza stanno ai colossal della Dreamworks.
Certo qualcuno si ricorderà le camice bianche & cravatta dei Knacks in My Sharona, gli ingenui “effetti  fotografici” di Video Killed the Radio Star dei Buggles, gli stivaloni a zeppa e il cerone dei Kiss, i crani metallizzati dei Rockets, le carnevalate dei Village People.
O, su un piano completamente diverso, il folle e ossessivo clip di Once in the Lifetime dei Talkin’ Heads, con lui vestito da ingegnerino demodé che danza, corre e nuota nell’aria come un manichino stralunato.  Ma sono certo che quasi nessuno rammenta il video della J. Geils Band, Love Stinks , coi due sposi muniti di maschera antigas.
Una menzione speciale a chi si ricorda di un assurdo duo di cantanti-tastieristi (di cui uno coi baffetti alla Hitler) che si chiamavano Sparks .
Era un sacco di tempo fa, eravamo abituati a vedere i cantanti esibirsi negli studi televisivi, senza un contesto filmico più o meno “artistico” pensato apposta per la canzone, e il fenomeno video era così nuovo che non c’era spazio per lo spirito critico.
Si accettava qualunque cosa, anche un semplice sfondo bianco con un tizio che si muoveva in sovraimpressione fingendo di cantare.
Si accettava di tutto, e infatti ci davano di tutto.
Anche oggi si accetta di tutto, ma non ci danno niente.

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mercoledì, 11 ottobre 2006
- Questa cosa non ti va. Non ti va di essere trattato così. Perché non glielo dici?



- Che domande... non glielo dico perché...



- Perché?



- Perché magari ha ragione?



- Dici che ha ragione?



- Ah, non so. Forse.



- Ma ti fa arrabbiare.



- Non proprio. Diciamo che mi ferisce.



- Dove ti ferisce? In che punto?



- Qui al petto. Al centro dell'orgoglio.



- E tu che fai?



- Mi stringo nelle spalle e chino il capo.



- Per il dolore.



- Per il dolore. E per chiudermi in me stesso.



- Ma allora il tuo orgoglio è debole. Se fosse forte non proveresti dolore, e non ti chiuderesti in te stesso.



- E' difficile.



- Cosa, è difficile?



- Reagire.



- Pensi che dovresti reagire?



- Penso che dovrei avere una corazza più forte, una corazza impenetrabile. Vaffanculo.



- Vaffanculo a chi?



- Vaffanculo a tutti.



- Perché?



- Perché avete sempre bisogno di colpire, di ferire, di combattere.



- Tutti?



- No. Qualcuno.



- E tu cosa fai quando qualcuno ti colpisce?



- Te l'ho detto. Subisco il colpo e non rispondo. Se anch'io mi metto a combattere, che succede?



- Hai mai provato?



- Qualche volta.



- Che succede?



- Un disastro.



- Ne esci distrutto?



- Ne usciamo distrutti entrambi. Solo che a me poi dispiace.



- Ti dispiace di aver distrutto l'altro?



- Sì. Ne provo pietà. A quel punto gli cedo la spada, che mi trapassi pure.



- Non sei buono per fare il guerriero, allora.



- Mi sa di no.



- E cosa sei buono a fare?



- Un sacco di cose belle.



- Ne sei orgoglioso?



- Sì.



- Ma non abbastanza, altrimenti il tuo orgoglio non soffrirebbe per qualunque punzecchiatura.



- E' che...  i miei pregi sono il mio cavallo, il mio destriero, ma non è il destriero che protegge il cavaliere.



- Hai bisogno di protezione?



- No.



- Cosa vuoi?



- Togliermi di dosso questa stupida corazza che non mi serve a niente, uscire dalla trincea, attaccare l'altro e annientarlo, farlo prigioniero, che si arrenda e che si metta in ginocchio davanti a me. Che mi proclami vincitore.



- Cosa ti impedisce di farlo?



- Che se mi tolgo la corazza resto nudo.
by trenoacolori | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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