venerdì, 05 gennaio 2007
IL GENIO DELL’INNAFFIATOIO
“Bòno, eh?”
“Bòno.”
I bassi di Hotel California degli Eagles rimbombano nella Uno metallizzata.
La macchina è parcheggiata un po’ in disparte, davanti a un condominio di periferia. Nell’ombra fumosa che riempie l’abitacolo palpita un puntino di brace rossa. I due ragazzi seduti in macchina hanno la faccia seria, un po’ sonnolenta. Quello grassoccio, al posto di guida, ha capelli rossi lunghi fino alle spalle, occhietti furbi e bocca a taglio: “Te la ricordi la tv dei ragazzi?”
Quello magro annuisce. Mollemente appoggiato al bracciolo dello sportello, tiene tra le dita una canna fabbricata alla meno peggio.
“Io guardavo sempre Il genio dell’innaffiatoio,” dice il rosso. “C’era questo tizio, il commesso di un antiquario, non mi ricordo bene, che aveva ‘st’innaffiatoio e quando lo sfregava per pulirlo appariva il genio col turbante in testa, e c’era il padrone del negozio che pensava di avere le allucinazioni e allora faceva così…”
Comincia a roteare la testa e le pupille.
“Faceva la ginnastica per gli occhi, capito? Per guarire dalle allucinazioni.”
Sbotta a ridere e dà dei pugni sul volante: “Ih! Ih!” - TUMP! TUMP! - “Era stuuupendo.”
Il magro sorride con aria sognante: “Io invece mi ricordo un cartone animato, ma allora c’erano già le tv private… si intitolava Clutch Cargo.”
Il rosso ha un sobbalzo: “Clutch Cargo! Ih! Ih! Ih!” - TUMP! TUMP! - Rasoterra! Ti ricordi? Il bassotto!” Il rosso sghignazza, tossisce, si dimena sul sedile: “George della giungla!”
“… E subito dopo, Superpollo.”
Il rosso sembra dover scoppiare di gioia: “La supersalsa! La supersalsa!”
“… E alla fine, dulcis in fundo… Tom Slick!”
Immersi nella nube di fumo canterellano una sigletta idiota. “To-om Slick! To-om Slick!”
“Che stronzata!”
“Demenziale!”
“Pazzesco.”
“Ehhh, bei tempi!“
“ ’Nsomma, mica tanto, io ero già alle medie…”
“Anch’io.”
“Beh, sempre meglio di ora.”
“Già. Io ho una teoria. Da quando m’è spuntato il pelo addosso, non son stato più bene.”
“Può darsi. E’ una teoria plausibile. Il sistema endocrino e cazzi vari.”
“Gli ormoni! Tuuutta colpa degli ormoni.”
“Oh, questo fumo dà.”
“Maiala, se dà!”
Il rosso struscia con frenesia la mano sul parabrezza per spazzare via la condensa e guarda, da sotto in su, verso una finestra del palazzo, un rettangolo di luce gialla, fioca come quella d’un abat-jour.
Anche l’amico si curva in avanti, scruta la finestra attraverso il vetro appannato: “Quand’ero piccino c’era un gioco, il sabato pomeriggio. Il Dirodorlando. Ettore Andenna era, il presentatore.”
“Ettore Andenna. Giochi senza frontiere! Il fil rouge… ”
“Sì, lui. E in questo Dirodorlando c’era un linguaggio tipo medievale, no? Per esempio per dire quanto avevano vinto... il punteggio, no? Dicevano: ‘la ciangotta’. E cose del genere. Era bellissimo.”
“Ma ti ricordi i pupazzi animati? Di gommapiuma.”
“Ah, sì. Li guardavo sempre. Si muovevano… come Topo Gigio… Sullo sfondo scuro.”
“Non le ridanno più queste cose.”
“E anche se le ridanno non è più lo stesso. Pippi Calzelunghe l’ho rivisto, ma non m’è sembrato un gran che. Non c’è più magia.”
“Sì, è vero.”
“Siamo cambiati noi, mi sa.”
“Mi sa anche a me.”
“O forse ci sono troppe cose in tv. Troppe. Prima ce n’era poche.”
“Infatti.”
“La strana coppia… Max Smart,” elenca il magro, con voce stanca.
“Agente ottantasei. Fffantastico.”
Il rosso preleva lo spinello con uno svolazzo della mano, a mignolo alzato. Nel retrovisore si specchiano i suoi occhi strizzati, da gatto, mentre gusta la tirata.
“Chi l’avrebbe detto a quell’epoca, che un giorno mi sarei ritrovato qui come un cretino a…” Si volta di scatto verso l’amico: “Che cazzo ci faccio, qui, eh?” Chiede in tono di recriminazione.
L’altro valuta la risposta e spiega, come a un bambino: “Sei innamorato della Claudia e come ogni sera sei venuto qui sotto casa sua per guardare la sua stupida finestra.”
“E’ un rito,” ammette il rosso, con disappunto.
“Lo so.”
“E mi sento anche una merda perché ti coinvolgo anche te. Basta! Andiamo via!”
Fa per girare la chiave dell’accensione, ma indugia un attimo di troppo.
Il magro gli posa una mano sul braccio: “No, lascia stare, non mi dispiace star qui… e poi non ho voglia di tornare a casa.”
“Che devo fare? Che devo fare, Rico? Io ci divento matto!”
“Sei solo innamorato.” Rico tira fuori di tasca una cassetta: “Ho portato questa.”
Il rosso si sporge per esaminare la copertina, approva con un cenno del capo: “Mettila.”
L’altro si china verso l’autoradio, preme il tasto eject troncando l’assolo di Hotel California. Depone la cassetta sul ripiano del cruscotto, con delicatezza: “Mi spiace,” mormora. Ma il tono è risoluto.
“Oh, non importa, gli Eagles li tengo per lei… ”
“Apriamo un attimo i finestrini, facciamo uscire un po’ di fumo, va’.”
Ora farfugliano un po’, come ubriachi. Abbassano i vetri per cambiare l’aria. Il rosso si sbatte via di dosso dei residui di cenere.
“Eh, sì, sei proprio cotto,” sentenzia Rico, e non si sa se si riferisce al suo amore per Claudia o all’ebbrezza dell’hashish. Rabbrividisce, richiude il finestrino, subito imitato dall’amico. Inserisce la sua cassetta e preme il play. Parte un pezzo acustico struggente: No expectation, dei Rolling Stones.
“Tu pensa, il novanta per cento delle cassette che ho in macchina sono per lei, " dice il rosso. "Ho perfino Amedeo Minghi.”
“Carino da parte tua.”
“Che fai prendi per il culo?”
Il ross dà un’altra ripulita al parabrezza e riprende a sorvegliare la finestra illuminata: “Chissà che sta facendo, ora.”
“Forse sta telefonando al Pieri.”
“Stronzo. Insensibile.”
“Eddài! E’ che sei buffo. Stare qui mezz’ora tutte le sere e mai una volta che lei si affacci, o che si possa vedere. Per me accende la luce apposta e poi se ne va di là a guardare la televisione.”
“Ma no! E’ distesa sul letto e legge un libro.”
“Ah, sì? Che libro?”
“Ih! Ih! Ih! E che ne so? Piccole donne.”
“In pigiama?”
“Cazzo ne so? Ssseh, in pigiama, perché no?”
“E com’è questo pigiama? Hm?”
“Boh? Rosa.”
“Macché! Ha gli sciatorini.”
“Eeeh?!”
“Gli sciatori disegnati sopra. Taaanti sciatorini tutti gobbi che vanno in discesa dappertutto sul suo corpo.”
Il rosso ricomincia a ridere dando delle gran botte al volante.
“Passa la canna, vai,” dice Rico.
Il rosso fa un altro tiro avido e porge lo spinello. Poi diventa improvvisamente serio: “Ma te non t’innamori mai?”
Rico tace, l’altro insiste, più conciliante: “No, davvero… com’è che non t’innamori mai?”
Rico dà una tirata nervosa, sbatte le palpebre: “E te che ne sai? Che hai paura, che sia frocio?”
“Ma che c’entra?!”
Rico inala una gran boccata e rende la canna in fretta, come se gli bruciasse le dita, trattiene il fumo a lungo e poi lo soffia fuori con forza.
“Sì, che sono stato innamorato,” ammette. Chiude gli occhi e si lascia fluttuare nello stacco chitarra-pianoforte degli Stones.
“E di chi?”
“… Cosa... ”
“Di chi, sei stato innamorato?”
Rico apre gli occhi. Vetro, foschia, un alone iridescente intorno al globo di un lampione.
“Di diverse ragazze. Forse troppe. Come la televisione. Troppe cose. Troppe.”
Richiude gli occhi.
“Anche… di lei?”
Rico, lentamente, annuisce.
“Anche adesso?”
Rico si stringe tra le proprie braccia. Aspetta. Comincia a ridacchiare tra sé, come se in un dormiveglia ricordasse un fatto buffo: “Hm, hm. Anche adesso.”
Il rosso, una spalla appoggiata al finestrino, lo sta guardando con la tenerezza incantata con cui si guardano a volte i bambini. Poi si raddrizza e sbotta in una risata sibilante sbuffando il fumo a tratti: “Porca vacca, siamo messi mica male, tra tutti e due!” Alza l’indice con aria saputa: “Ti dirò, l’avevo sospettato.”
Rico si sporge in avanti, agguanta il nastro degli Eagles, lo richiude nell’involucro e getta uno sguardo furtivo alla finestra illuminata: “Sai com’è. Non ho la macchina. Approfitto del passaggio.”
“Genio!” Esclama il rosso, scuotendo la testa.
“Ssseh, il genio dell’innaffiatoio.”
I got no expectations to pass through here again, canta Mick Jagger.
“Ne vuoi ancora?”
“No, basta così.”
Il rosso butta il mozzicone fuori dal finestrino e mette in moto. La Uno esce dal parcheggio portandosi via le ultime note della canzone.
Il condominio rimane abbandonato al silenzio e al buio. Nel riquadro della finestra un’ombra ingigantita, proiettata su una parete, passa e va come un fantasma. La luce si spegne.
lunedì, 25 dicembre 2006
ECCO
Ecco, è successo, gliel’ho detto, è andato tutto bene.
E chi se lo aspettava?
E pensare che mi sono scolato anche un bicchier di vino, per trovare il coraggio.
Stasera, sarà l’effetto dell’alcool, mi sembrava più bella che mai, aveva sul viso quel riflesso blu dell’insegna del locale...
Tutti ‘sti ragazzi che ciondolano attorno agli scooter. Quanta chiacchiera, che c’hanno! E tempo e fiato da buttar via.
Lei no, sta lì, ascolta, tiene le mani in tasca, ogni tanto guarda da una parte, lontano. Ha classe. E’ la più speciale della combriccola. E anch’io, mi sa.
Ci siamo baciati, sabato scorso, nel parco, di sera.
Gli altri erano andati tutti a comprare i bomboloni caldi, ma a noi due i bomboloni non ci piacciono.
Io e lei siamo una minoranza, ecco. E questo ci unisce molto.
E’ stata una cosa spontanea, perfetta. Un bacio solo, ma lunghissimo, diciamo una mezz’ora, con delle pause che si stava zitti a guardare lontano le macchine che passavano coi fari accesi... gialli davanti, rossi di dietro, e quegli alberi sudici di smog, nella nebbia dei lampioni.
Si guardavano queste solite cose come in trance, come se fosse un altro mondo, bello e misterioso. Ma poi ci veniva da chiudere gli occhi, e le nostre bocche si attiravano di nuovo per una legge fisica, come le palline da flipper che prima o poi rotolano in buca.
Poi lei di punto in bianco si alzò, si voltò di spalle, cominciò a camminare tra le foglie morte con le mani in tasca e la testa china, tipo lasciami sola.
Boh?
Dopo tornarono i ragazzi, e lei come nulla fosse. Nemmeno uno sguardo, per me, niente. Rideva delle cazzate del Buzzino, a un certo punto gli mise anche le dita tra i capelli. Io mi pareva di essere in un incubo, di quest’incubi che uno non riesce a... Ecco.
Però questo è successo una settimana fa, e ormai mi sembra un secolo. Da allora lei mi pare che sia più dolce con me, come ammorbidita. Sicché penso: magari è che ha paura. Lei è sempre stata un tipo che non si lega a nessuno, che non ne vuol sapere, capito? Io la rispetto, io non voglio costringerla a niente. L’unica cosa che voglio è che sia felice. E voglio esserci anch’io a darle questa felicità. Anzi, soprattutto io. Sarei stronzo a impormi, però. Se lei non mi vuole, okay.
Col Renzi c’è stata, però, vaffanculo. E anche con Davide Bertini, alla festa, abbracciati tutti nudi sul letto dei suoi genitori.
Comunque ora eccomi qui a guardarla, e mi sento più forte.
Ecco, viene fuori una musica bellissima dal locale, e mi sembra che possa succedere qualsiasi cosa. La prendo per la mano e la porto dall’altra parte della piazza. Non dico una parola, tiro come un matto, in quattro passi si attraversa la piazza, come si volasse sul vento. Poi m’appoggio con la schiena al muretto del canale, e le faccio: “Senti, io bisogna che te lo dica. Io sono innamorato di te. Ma proprio cotto.”
Lei fa un’espressione di sorpresa, con gli occhi tutti un luccichio e la bocca mezza aperta e mezza chiusa, che è belllisssima, un amore. Che vorrei baciarla, subito. Invece m’abbraccia, di slancio, e mi stringe forte tutta commossa.
‘Ora me lo dice, ora me lo dice. Anch’io, mi dice,’ penso tra me.
E invece no, si scosta, mi sorride e basta. Ora è lei che mi prende per la mano, e mi tira dietro a sé, attraversando la piazza, e mi riporta in mezzo agli altri.
E’ andata bene, si può dire. Insomma, è contenta, è contenta, e si vede da come partecipa alla conversazione, adesso, e sorride, sorride. Scommetto che se dicono di andare a mangiare i bomboloni caldi dice di sì, e mi ci porta anche me.
Io l’ho resa felice, ecco.
E allora perché sono tanto triste?
mercoledì, 20 dicembre 2006
UN ADDIO
Era già buio, ma la banchina della stazione brulicava di viaggiatori. La voce dell’altoparlante annunciò l’arrivo del suo treno.
Mi appoggiai con la schiena al muro della biglietteria. Lei rimase lì di fronte a me, guardando per terra.
Mi peritavo a toccarla ancora, temevo fosse stanca ormai delle mie mani, e allora mi accontentavo di contemplare le sue. Gliele avevo guardate cento volte, quel giorno, mentre si aprivano come fiori attorno alle mie, e subito appassivano e sbocciavano ancora per la mia meraviglia.
Ma ora si erano placate, ritirate nella loro grazia.
Teneva tra le dita il biglietto del treno e ne piegava i bordi, rialzandoli come a formare minuscole barriere.
Le tolsi con delicatezza il biglietto di mano e glielo infilai nella tasca della giacca, le cinsi i fianchi e l’attirai verso di me.
Lei si lasciò catturare per l’ennesima volta ma colsi, nel suo abbandono, un indizio di stanchezza, di sottomissione che mi fece male. Pensai che non l’avrei rivista più, e l’abbracciai, sprofondandomi in lei: un’ombra calda, un insieme di stoffa e carne e capelli già senza più sguardo né voce.
Ricalcavo col palmo aperto la forma della sua schiena, della sua testa, e strusciavo il mio viso contro il suo, come un cieco che plasma e compone il ricordo di una persona cara prima dell’addio.
Ma non feci in tempo: il treno arrivò sibilando e me la portò via.
Poi come un sogno: lei che prende posto in carrozza, tira fuori dalla borsa un libro, china la testa e si rifugia nella lettura.
Io: fermo sulla banchina ad aspettare un suo cenno. E non si volta. E poi comincia a scivolare piano, sospesa in quella luce di treno, e se ne va.
Rimasi lì ancora un po’, infine mi smarrii tra fantasmi dal passo frettoloso, guardando lune morte appese a colonne di ferro.
domenica, 17 dicembre 2006
PICCOLE COSE MORTE
Di solito era lei a chiamare, dopo pranzo. Di solito era lei a chiamare sempre. Quel giorno non chiamò. Le telefonai. Rispondeva a monosillabi.
“Cos’hai?”
“Niente”
Silenzio.
“Dài, dimmelo.”
Silenzio.
“Vengo da te così ne parliamo,” le dissi.
Nessuna risposta.
Stavamo insieme da alcuni mesi, ma io continuavo a tenermi le cose dentro. A volte provavo a dire qualcosa, ma forse lo facevo senza una vera partecipazione, come se non parlassi di me, ma di qualcun altro. Lei mi pareva distratta, annuiva così per fare. Allora preferivo ascoltare lei, accontentarmi di elargirle consigli come uno che sa già tutto, e da un sacco di tempo, e che mantiene la razionalità in ogni situazione.
Eppure quella volta, al telefono, mi sentii spiazzato. Ipotesi catastrofiche mi balzarono alla mente. E’ arrabbiata con me. E’ accaduta una disgrazia. Un lutto in famiglia. E’ incinta.
Mi vuol lasciare, conclusi, e mi sentii impallidire, preso dal panico.
Faceva caldo, in macchina. Ero così immerso nella preoccupazione che non provai nulla quando un altro automobilista, sorpassandomi, strombazzò il clacson e mi insultò, e non battei ciglio quando mi si parò davanti una coppia di ciclisti che occupava mezza corsia.
Lei mi aprì la porta e mi lasciò entrare come si lascia entrare un gatto importuno. Subito mi voltò le spalle e tornò nella sua stanza. Sua madre era in salotto, seduta sul divano, e guardava la tv. La porta del salotto era aperta, la signora mi sorrise e dovetti darle la buonasera.
Avevo fatto dieci chilometri e tre piani di scale sapendo di andare incontro a un tormento ineluttabile, ma quel saluto cortese era uno sforzo ancora più gravoso.
Lei nel frattempo si era distesa bocconi sul letto, col viso sprofondato tra le braccia. Aveva indosso la canottiera verde smeraldo e i pantaloncini bianchi. Mi avvicinai quasi in punta di piedi, mi accoccolai accanto al letto e mormorai le stesse domande che le avevo fatto al telefono.
Non si mosse, né disse nulla. Mi rispose invece il tedio del pomeriggio: il parlottio del televisore nell’altra stanza, le risatine di sua madre, le grida di alcuni ragazzi che giocavano a pallone giù nel prato.
Le accarezzai i capelli e la nuca. Aveva la pelle sudaticcia ma fresca.
Io provavo timore, fatica e rabbia intorpidita, ma il mio tocco si manteneva calmo e fluido. Speravo che lei ne fosse ingannata e cedesse a quella tenerezza tattile.
Per uscire da quell’ottundimento cominciai a guardarmi intorno, senza però smettere il mio lavoro di carezze. Un’ampia luminosità veniva dalla porta finestra e appiattiva contro il muro il mobiletto dell’impianto stereo. Appesi alla parete il faccione imbronciato di Eros Ramazzotti, la mensola coi libri di Calvino, Vittorini, Cassola e altre letture scolastiche, la foto che ci ritraeva insieme, con le torri di Bologna sullo sfondo... La marmotta di peluche col cappello da montanaro, souvenir della Val d’Aosta, aveva uno sguardo più stupido del solito.
Cento volte avevo visto quegli oggetti, mai con l’obiettivo distacco di quel momento. Perché le altre volte erano vivi, e non c’era da farci caso. Ora invece erano piccole cose morte, e avrei potuto contare i granelli di polvere che vi erano depositati sopra.
Dovevo sbloccare la situazione, in qualsiasi modo.
Mi alzai e mi spogliai con cautela, attento a non far tintinnare la fibbia della cintura.
Lei non si accorse di niente, o finse di non udire il fruscio dei vestiti.
Mi distesi accanto a lei, le cinsi le spalle con un braccio e la costrinsi, con dolcezza, a voltarsi di fianco. Mi lasciò fare, ma tirò su le ginocchia assumendo la posizione fetale. Io mi appiattii contro la sua schiena, ricalcando la sua forma, e cominciai ad accarezzarla.
Guardavo la mia mano strisciare avanti e indietro seguendo la sinuosità del suo fianco, e mi sembrò la mano di un uomo troppo rozzo di cuore e di mente per lenire il dolore di una ragazza.
Lei non si mosse, e io conobbi la vergogna della nudità.
‘Sporca egoista,’ pensai, spingendomi con più forza contro di lei. ‘Non ci cammino più con te mano nella mano.’
La baciai sul collo. Non ebbe alcuna reazione.
‘Ti prego, ti prego,’ pensai, appoggiando la fronte nell’incavo della sua nuca. ‘Dimmi qualcosa, dimmi qualcosa adesso, per favore aiutami, perché non ce la faccio io da solo.’
‘Ma sono già solo,’ pensai. ‘Lo sono sempre stato. Dov’era lei, prima? Prima di lei, prima delle altre, quando avevo davvero bisogno di qualcuno?’
Mi distaccai, mi distesi supino e rimasi per un po’ a fissare il soffitto. L’aria si era fatta soffocante, i miei pensieri evaporavano subito, riducendomi a un corpo inerte.
Cominciavo a diventare come lei.
Spinto da un istinto di sopravvivenza, la scavalcai e mi rivestii.
Rimase immobile, sembrava che dormisse. Osservai la sua mano che sporgeva dal letto, semichiusa, abbandonata nel vuoto.
Uscii sul balcone. Cercai di non badare alle bestemmie dei ragazzi nel prato e rimasi per un po’ ad ascoltare gli uccelli che, nascosti tra gli alberi, cinguettavano una gaia e insensata polifonia, come a ribadire la distanza fra il nostro mondo e il loro.
Tornai dentro e mi chinai su di lei.
Tentai un’ultima volta, nel tono più suadente che mi riuscì: “Mi dici cos’hai?”
Lei si mosse, ma solo per rimettersi bocconi, come l’avevo trovata entrando nella stanza. Me ne andai.
Quando passai davanti al salotto sua madre, seduta a braccia conserte e caviglie incrociate, rise di una battuta di qualche telefilm. Stavolta non la salutai, ma la porta d’ingresso, chissà perché, la richiusi piano, con lentezza, come se mi dispiacesse.
Scesi le scale, uscii in istrada, m’incamminai verso la macchina, abbacinato dal sole.
Non ho mai saputo cosa avesse, lei, quel giorno. Né glielo chiesi mai più. Non volevo tornare a rovistare tra le piccole cose morte.
venerdì, 08 dicembre 2006
SULL’ARGINE
Mi voltai indietro. Monica procedeva con cautela per non scivolare. L’erba guazzosa, schiacciata dai nostri passi, emetteva una specie di squittio.
“Blah! Che puzza!” disse Monica. “Ma proprio qui mi dovevi portare?”
“Tra un po’ ti ci abitui.”
Il canale di scolo, giù in basso, era gonfio di un’acqua nerastra, si insinuava tra i campi come un serpente e finiva presso un grumo di case dominate da un campanile.
Non c’era nessuno in giro, forme nerastre di casolari isolati in mezzo ai campi.
Un cane, lontanissimo, abbaiò. Poi tacque.
Arrivammo a un piccolo rudere, in bilico sul bordo dell’argine.
Udii un gridolino alle mie spalle: Monica era sdrucciolata per terra.
“Cazzo!” sibilò, guardandosi le mani sporche d’erba e fango.
L’aiutai a rialzarsi e le raccolsi la borsetta. Si era insudiciata la gonna. Cercai di pulirgliela con la mano ma lei mi scacciò.
“Scusa,” le dissi. “Ma anche te, a metterti i tacchi alti... te l’avevo detto che si andava in campagna.”
“E questo ti pare campagna?” Disse, stropicciandosi con un kleenex. “Questo fosso... di merda?”
Andò ad appartarsi sul ciglio dell’argine, le braccia incrociate sul petto.
Fissava un tubo di cemento che sbucava dalla ripa opposta e rigurgitava nel canale uno scroscio d’acqua: chiazze di luce oleosa si rompevano e oscillavano tra la schiuma biancastra.
Poi il flusso si esaurì e la pianura ricadde nel silenzio.
Mi avvicinai a Monica da dietro e le posai le mani sui fianchi. Aspettai. Le scostai con la bocca un ciuffo di capelli e le soffregai le labbra sulla guancia.
Non protestò, anzi reclinò la testa di lato, offrendo il viso a baci più appassionati.
Le sbottonai la camicia, le scoprii il collo, le spalle, le infilai le mani dappertutto, accarezzando e palpando la sua carne bianca e grassoccia, da bambina viziata. Di tanto in tanto emetteva un gemito, che sempre si spegneva in quella solitudine.
Ci placammo un po’, restammo a contemplare il letto erboso dei campi, orizzontalità interrotta da pochi elementi verticali: un palo della luce, una coppia di cipressi lontani, remote cime di monti che sembravano consumarsi in fumo.
Sentivo il tepore del sole sulle palpebre chiuse, dal fosso salivano zaffate di miasma, che svanivano presto.
Un tonfo improvviso ci fece trasalire: un ratto che si tuffava nel canale.
Allora la voltai bruscamente e la baciai in bocca. La presi per mano, stringendo forte, e la portai verso il rudere, quasi trascinandola. Mi tenne dietro sforzandosi di non incespicare tra cespugli e sassi. Il seno, libero nella camicia aperta fino all’ombelico, era scosso da sussulti.
Stavamo per varcare la soglia del rudere quando la campana del borgo cominciò a suonare a morto.
Lente triadi di rintocchi che digradavano di tono, senza speranza.
Ho vissuto a lungo in un paese popolato di vecchi, e quel suono mi è familiare, ma sempre mi riempie di tristezza.
Finsi di non udirlo ed entrai. C’era odore di polvere e legno marcio. Monica mi seguiva un po’ spaventata, stringendo a sé la borsa.
All’interno i rintocchi giungevano smorzati, ma risuonavano più intimi, come un avvertimento.
Spinsi Monica con le spalle al muro e cominciai a spogliarla, a strattoni. Le mutande si impigliarono nel tacco di una scarpa, che rotolò sul pavimento. Lei la tirò a sé col piede nudo e lo infilò di nuovo dentro, appoggiò la schiena all’intonaco umido e sporse il bacino in avanti, tenendo le gambe flesse e divaricate.
Tre rintocchi... una pausa... tre rintocchi... I nostri respiri, il fruscio dei vestiti, lo struscio delle suole riverberavano convulsamente nella casa vuota.
Brancolavo, quasi non vedevo più il suo corpo, che era diventato come l’ombra incerta delle pareti.
Cercai invano il luccichio dei suoi occhi. Niente.
La campana seguitava a martellare, non mi dava pace.
Tre rintocchi... silenzio... tre rintocchi...
Mi buttai in ginocchio e sprofondai il viso tra le sue cosce.
sabato, 02 dicembre 2006
COLPI DI TOSSE
Per la terza volta fui svegliato dai colpi di tosse.
Era sempre così quando passavo la notte a casa di mio padre. Finti colpi di tosse, per attirare l’attenzione. Faceva lo stesso anche con mia sorella Rita.
Aprii gli occhi nel buio, mi strappai di dosso la coperta, mi alzai dal divano e andai in camera di mio padre, accesi la luce assestando un pugno sull’interruttore e mi avventai su di lui, lo afferrai per il bavero del pigiama e lo scossi come un pupazzo: “Allora, che hai da tossire, eh? Cos’hai? Il catarro, la bronchite, la polmonite, il cancro?”
Lui teneva gli occhi stretti a difesa dalla luce ed emetteva dei mugolii sommessi.
“Sei un piagnone, ecco cosa sei! Lo sei sempre stato. L’hai ammazzata tu, la mamma, con le tue smanie, i tuoi scatti violenti, e coi tuoi stupidi colpi di tosse. E ora vorresti portare via un po’ di vita anche a noi, vero? Ma io non sono come la Rita, povera disgraziata. Ci hai messo sotto i piedi finché hai potuto, e ora ci rompi l’anima con le tue finte malattie. Ogni volta che fai uno starnuto pretendi qualcuno a farti da balia. ‘Muoio! Muoio!’ Sono trent’anni che ripeti la solita solfa! Ma perché non ti levi dai coglioni per davvero, vecchio stronzo! ”
Lui gemeva in un tono sempre più stridulo.
Distolsi lo sguardo dalla sua bocca, che priva di dentiera sembrava un grosso sfintere allentato, e guardai la sua mano. Le punte delle dita fremevano mentre tormentava la coperta con deboli pizzicotti, come se stesse cercando di togliervi qualche peluzzo.
Al polso aveva ancora l’orologio fuori moda, col bracciale di metallo, che gli avevo regalato alcuni anni prima, quando ne avevo comperato uno più moderno. Gli piaceva perché riusciva a distinguere chiaramente i numeri sul quadrante.
Chiamava sempre me per rimettere la data, lui non ne era capace. A volte mi telefonava apposta.
Guardai la lancetta dei secondi che girava a scatti quasi impercettibili sotto il vetro graffiato, la coroncina della carica che tante volte avevo fatto girare mentre lui, seduto in poltrona, mi osservava assorto, il collo proteso, gli occhi a fessura, come se cercasse di immedesimarsi in me e compisse l'operazione al mio posto.
E rivedendo quell'immagine mi passò la voglia di litigare, e mi sentii vuoto, disfatto, come se fino a quel momento soltanto il rancore mi avesse tenuto insieme.
Senza accorgermene avevo allentato la presa, e lui aveva adagiato di nuovo la testa sul cuscino. Teneva gli occhi chiusi, sollevando e abbassando piano il torace sotto il lenzuolo, con le braccia distese lungo i fianchi, come un malato in un letto d'ospedale.
Mi ritirai in punta di piedi, spensi la luce e tornai in salotto. Mi buttai sul divano, mi rannicchiai sotto il plaid e chiusi gli occhi.
Restai in ascolto per qualche momento, ma non si udiva che il ticchettio della pendola. Nessun rumore dall’altra stanza, nemmeno un fruscio di coperte o un altro finto colpo di tosse.
Riaprii gli occhi, col fiato sospeso.
Poi uno strascicar di pantofole, sempre più vicino. Rimasi immobile. Non mi mossi neanche quando la sua mano aperta mi colpì alla cieca sulla schiena, sul fianco, sulla testa. Fu come ritornare bambino, quando mi picchiava, però a differenza di allora non provai dolore, ma una specie di dolcezza, e quando la casa ripiombò nel silenzio mi addormentai assaporando il tepore del cuscino umido di lacrime.
Il giorno dopo fu come se niente fosse accaduto.
giovedì, 23 novembre 2006
DI NOTTE ALLA STAZIONE
Mi piace andare alla stazione di notte, alla stazione del mio paese. E’ minuscola e sembra fatta con le costruzioni. E’ quasi una stazione fantasma, perché ci si fermeranno due treni al giorno, non di più. Mi piace stare davanti ai binari di notte. Mi sento molto solo, però in un modo speciale. Se uno si sente solo in un modo speciale, a volte diventa poeta, e può trovarci chissà cosa, nell’odore di traversine catramate
Guardo la ferrovia, l’intreccio delle rotaie e mi perdo nel labirinto di pali di ferro e di fili dell'elettricità. Mi volto a sinistra e poi a destra: lo stesso paesaggio, come allo specchio. Mi dà una bella sensazione... E dopo vado a letto più volentieri.
Di solito non c’è mai nessuno alla stazione, a quell’ora. Invece stanotte c’erano due tizi che si aggiravano intorno al vagone sequestrato dalla polizia, che sta su un troncone di binario.
Avranno avuto una trentina d’anni ciascuno. Uno era alto, un perticone un po’ ingobbito, l’altro aveva una faccia da ragazzo ed era imbacuccato in un montgomery troppo grande per lui, con le dita che gli spuntavano appena dalle maniche. Non ero contento che fossero lì. Mi pareva che avessero invaso il mio territorio.
Loro invece neanche si accorgono di me, e così mi acquatto sotto la pensilina tutta imbrattata di graffiti e li osservo senza farmi notare. Sento che il lungo dice a quello col mongomery: “Hai mai pensato seriamente al suicidio?”
Io drizzo gli orecchi.
“Forse,” risponde l’altro, dopo un attimo di silenzio.
“Io sì, ci ho pensato,” fa lo spilungone. “Chissà come mai l’hanno sequestrato, eh?” dice, dando un colpo con le nocche alla lamiera della carrozza.
“Mah?” fa quello col montgomery. “Forse ci andavano gli extracomunitari.”
“Può darsi” dice lo spilungone. Sospira. “No, sai cosa? E’ che faccio fatica a trovare un senso alla mia vita.”
“Uhm. E io, allora? Tu almeno hai una famiglia, una donna, dei figli,” dice il suo amico. “Insomma, sei utile a qualcuno.”
“Già. I figli,” dice il lungo, come parlando tra sé e sé. “A volte penso che se non li avessi…Mah…E pensare che non li volevo.”
I due passeggiano lungo i binari, vengono nella mia direzione. Spero non mi notino. O forse mi hanno già visto. Beh, ad ogni modo non sembrano curarsi della mia presenza. Guardano lontano, dove le rotaie finiscono nel buio.
Si fermano davanti al casotto di cemento e lo spilungone indica, per terra, la grande lastra di ferro incassata nel marciapiede.
“Oh, guarda, una vecchia pesa!”
Sembra che provi tenerezza, o nostalgia.
“Cos’è? Ci pesavano i vagoni?” fa quello col montgomery.
“Sì, i vagoni merci. C’era uno, in quello stabbiolo, che controllava il peso.”
“Certo che ti piacciono proprio i treni, a te.”
“Sissì.”
“Perché?”
“Non lo so.”
“Fin da bambino?”
“Sì.”
“Fa freddo, eh?” dice quello col montgomery.
“Eh, sì, fa freddo.” Il lungo si accomoda la sciarpa con due strattoni, unisce le mani dietro la schiena, sbattendole forte l’una contro l’altra e prende a camminare a gambe larghe, dondolandosi a destra e a sinistra. Con quel giaccone da marinaio, mi pare un capitano di nave ingrugnito.
“Ti dico la verità,” dice. “Io e Lisa ci saremmo lasciati da un pezzo, se non c’erano i bambini.”
“Uhm,” fa l’amico, con aria un po’ distratta.
“Non le piaccio,” continua l’altro. “C’è poco da fare. Sì, mi vuol bene. E’…come dire…affezionata a me. Ma non mi ama. Non le piaccio.”
“Dici?” fa quello col montgomery. Si porta le mani unite davanti alla bocca e ci soffia sopra per riscaldarsi.
Lo spilungone fa spallucce con falsa indifferenza: “Massì. Le piace un altro…”
“E chi è?”
“Tu.” Dice il lungo. Un ‘tu’ senza espressione, come quando un treno di passaggio manda un fischio breve.
L’altro si volta da un’altra parte, quasi vergognoso, e sta zitto. Poi non ce la fa più: “E come fai a saperlo?” Stavolta è lui che cerca di ostentare noncuranza.
“Perché lo so,” risponde il lungo, e guarda un po' qua e un po' là, col mento in aria, come un turista che ammira il paesaggio circostante.
Quello col montgomery invece tiene gli occhi bassi. Si ficca le mani in tasca. Il lungo fa una mezza giravolta e gli si pianta davanti, gli sta addosso, alto e ricurvo come un palo di ferrovia, e gli ronza in faccia una sfilza di parole fitte fitte, che scoppiettano nel buio come scintille.
Non riesco ad afferrare quello che dice, ma vedo che quello col montgomery tiene indietro la testa, guarda di lato come per cercare una via di scampo.
Per un attimo ho paura che vengano alle mani, ma poi lungo fa un passo indietro, si ricompone e riprende a camminare aggiustandosi le falde della giacca. Si ferma di nuovo, si china a raccogliere qualcosa, esamina l’oggetto: “Ecco, ho perso anche un bottone,” dice, sconsolato. Sospira e fa dietro front. L’altro lo segue mogio mogio.
“Ma è bello sapere che sei padre,” dice. “Tu non puoi capirlo com’è, essere padre. E’ bello sapere che hai due figli che ti vogliono bene, che dipendono da te. Eppure mi sento così…irrisolto,” dice. “Sì. Irrisolto. Irrisolto,” bada a ripetere in tono puntiglioso. “E non perché Lisa non mi ama. Tanto, senti, anche lei certe volte è veramente una palla al piede. Diciamoci la verità, è veramente noiosa, quando ci si mette, eh?”
“Hm, eh, sì,” fa quello col montgomery, imbarazzato.
I due si mettono a sedere sul bordo del marciapiede e fissano i ciottoli tra le rotaie. E’ quello col montgomery che ricomincia a parlare, come di malavoglia, tanto per rompere il silenzio: “Sai, l’altro giorno, per la strada, ho visto una coppia di anziani,” dice. “Marito e moglie. Lui aveva il tubo del catetere che gli usciva dalla patta dei calzoni, e teneva il sacchetto dell’orina penzoloni, un sacchetto trasparente. Ti rendi conto, andare in giro con un sacchetto di piscio in mano?” Dice. “Però c’era la moglie che l’accompagnava, e si tenevano a braccetto. E allora ecco, magari quei due non si amano nemmeno tantissimo, forse leticano sempre, si sopportano a malapena. Forse in gioventù si son fatti le corna a vicenda. Però pensavo…Se sei da solo, dove vai, col sacchetto di piscio? Invece se ci hai una moglie che t’accompagna, è un’altra cosa.”
“Eh, sì, eh,” fa il suo amico.
Quello col montgomery continua: “Io, lo sai, sono sempre stato un po’…com’è che si dice, quando a uno non gli piacciono gli altri?”
Stanno lì a cercare la parola giusta, stringendosi il mento e picchiettandosi le labbra con le dita, finché gli scappa da ridere a tutti e due. Poi il lungo se la ricorda: “Misantropo!”
“Ecco, bravo! Sono un po’ misantropo,” dice quello col montgomery. “Ma questa cosa mi ha fatto pensare”
“Eh, sì, eh,” ripete il lungo.
Poi quello col montgomery si rialza, e l’altro fa lo stesso.
Un lumicino, là in fondo ai binari, s’ingrandisce sempre di più, sempre di più, finché diventa un treno illuminato. Ma è un treno al contrario: davanti le carrozze, il locomotore dietro.
“E’ un treno spinto,” spiega il lungo.
Lo guardiamo passare: procede senza fretta, quasi senza rumore, e porta un solo passeggero, uno spettro, due macchie d’ombra al posto degli occhi.
I due amici non fanno nessun commento. Del resto c’è poco da dire, quando passa un treno. Ti lascia un po’ così. Tu fermo, lui che fila via lontano.
“Sì, effettivamente, quella cosa che mi hai detto…” Fa lo spilungone.
“Del catetere?”
“Sì. Fa pensare”
E quello col montgomery fa sì con la testa e si raddrizza ben bene, come soddisfatto di aver detto qualcosa di importante.
Poi sono entrati nella porta illuminata della sala d’aspetto e sono andati via.
Io sono rimasto lì ancora un po’, perché la mia piccola parte di solitudine mi spettava di diritto.
Mi sono acceso una sigaretta, ho riletto, per la centesima volta, una specie di poema osceno scritto a pennarello su una parete della pensilina, poi ho alzato gli occhi al cielo per cercare la luna. Appena la vedo, una nuvola rugginosa bordata d’argento la copre. Non era serata, via.
Ho buttato il mozzicone e me ne sono andato anch’io. Tornando a casa ho rivisto le solite vecchie cose: i cantieri dei condomini, i lampioni che sgocciolano una luce rossastra sulle strade rattoppate, le cartacce lungo il bordo del marciapiede.
E io lì a seguire la nuvoletta del mio fiato, avanti, avanti, come una locomotiva senza vagoni.
‘Hai mai pensato seriamente al suicidio?’ diceva il lungo.
Una macchina dei carabinieri, passandomi vicino, ha rallentato a passo d’uomo.
Uno dei militi, occhiuto, col pizzetto, ha abbassato il vetro e mi ha squadrato da capo a piedi.
Poi l’auto ha ripreso velocità ed è scomparsa dietro l’angolo.
domenica, 19 novembre 2006
SUPERWAVE
Ero del tutto inesperto di personal computer e chiesi ad un amico l’indirizzo di un buon negozio. Mi consigliò la Superwave, dove, a sentir lui, potevo trovare i migliori PC, completamente made in U.S.A., con pagamento rateale.
La Superwave aveva sede in un palazzo alla periferia della città. Al terzo piano. Mi parve una stranezza, un negozio al terzo piano, e fu con un certo imbarazzo che suonai alla porta.
Un giovane ossuto, con un fermaglio dorato alla cravatta, mi fece entrare e mi condusse, con reverente discrezione, attraverso una piccola sala d’attesa con un tavolino basso su cui giacevano alcune riviste di informatica, e da lì in una stanza più grande.
Qui fui ricevuto dal signor Tirinnanzi, tarchiato, capelli grigi lunghi fin sulle spalle, basettoni. La giacca di tweed contribuiva al suo aspetto lievemente rustico che mal si addiceva a quell’ambiente: una sala rettangolare, con due pilastri squadrati a rinforzare il soffitto color crema punteggiato di faretti alogeni. Moquette rossa sul pavimento. Regnava una quiete sonnolenta e perfino la luce del sole, entrando da un’enorme finestra a infissi metallici, diventava, per così dire, felpata. Pacati riverberi sugli spigoli dei computer bianco-ghiaccio esposti al pubblico: quattro minitower apparentemente uguali e privi di monitor che troneggiavano, equidistanti l’uno dall’altro, su un tavolo di legno lucido, col piano a forma di ferro di cavallo, i cui bordi convergevano, idealmente, nella scrivania del signor Tirinnanzi, posta vicino all’entrata.
Io mi sentivo leggermente fuori posto, avevo l’impressione di traspirare in modo esagerato.
Il Tirinnanzi aveva una stretta di mano energica e una voce grave e roca, da forte fumatore: “Mi dica.”
“Dunque, io ero interessato a un computer. Non dico eccezionale ma, insomma, abbastanza buono, cioè, non da usare per hobby, ecco. Cioè, praticamente avrei la possibilità, diciamo, di un lavoro in cui dovrei usare il computer e...”
Mi fermai, ricacciando l’impulso di infilarmi le mani nelle tasche.
“Giusto, giusto,” disse il commerciante, squadrandomi dalla testa alla cintola, andata e ritorno. Si addentrò subito nella terminologia tecnica. Per due minuti seguitai a far sì con la testa senza capirci un’acca. S’interruppe da solo: “Ma questi sono particolari di secondaria importanza,” tagliò corto, con aria seccata.
Accennò ai computer: “Ne tocchi uno. Uno qualsiasi.”
Si appoggiò al bordo della scrivania per meglio godersi la scena.
Dopo un attimo d’incertezza mi avvicinai, quasi in punta di piedi, a uno degli apparecchi, e lo toccai con un dito.
“Ci passi pure la mano sopra, non abbia paura, non morde mica!”
Il telaio del computer era tutto di plastica, ma assai robusto, compatto come un sasso levigato.
Il Tirinnanzi, spingendosi con le mani, si staccò dalla scrivania e si avvicinò con passo deciso, come per dire: ‘lascia fare a me’.
Accarezzò tutta la superficie della macchina, con una specie di lascivia, ammirandone la forma.
Poi, volgendosi appena verso di me, disse: “Lei ha mai provato a rovesciare e a scuotere un computer qualsiasi?”
Mi affrettai a scrollare il capo.
“Perdono i pezzi,” mormorò pensosamente. “Se li agita escono delle...delle cose. Dadi, viti, polvere... cadono sul pavimento. A volte anche mosche morte. E il laniccio, come quello che si accumula sotto i mobili. Ci provi, se gliene capita l’occasione. Invece questi prodotti...”
Con uno sforzo repentino abbrancò il computer, lo rovesciò, lo agitò.
Sbuffando, con la faccia paonazza, lo rimise a posto. Si ricompose aggiustandosi le falde della giacca e fece un gesto svolazzante con la mano aperta, alla maniera dei prestigiatori, indicando la moquette assolutamente pulita: “Visto?”
Ma subito si rabbuiò, e si morse il labbro inferiore.
“Uhm. Lei è ancora dubbioso,” disse. “Venga, si sieda.”
Mi condusse alla scrivania, mi invitò a sedere di fronte a lui e mi scrutò con attenzione.
“Quanti anni ha?”
“Trenta.”
“Ah! Sembra molto più giovane.”
“Sì, lo so.”
“Bene, bene, bene. Posso chiederle cosa fa nella vita?”
“Sono disoc...Sto cercando lavoro.”
“Eh, già, già, coi tempi che corrono non è facile trovare un posto...E’ laureato?”
“No. Ho fatto qualche anno di università, pedagogia, ma poi ho lasciato perdere.”
“Eh, già, già, poche prospettive. E poi, diciamoci la verità, pedagogia è...Suvvìa, con tutto il rispetto, son cose da donne.”
Arrossii: “Eh, forse sì.”
Estrasse una stilografica da un portapenne di vetro.
“Ha svolto qualche attività, nel frattempo? Lavori saltuari, dico...”
“Beh, no. Cioè...cosucce. Per esempio per qualche mese ho...ehm...pitturato soldatini di piombo. Per i plastici, sa...”
“Oh! Interessante! Beh, certo, dà proprio l’idea di un’occupazione provvisoria,” disse, accomodandosi meglio sulla soffice poltrona di pelle.
“...Dunque mi diceva che adesso ha la possibilità di lavorare con il computer. Amministrazione? Design? Disegno tecnico? Grafica pubblicitaria?”
“Sarebbe...Farei cose tipo manuali d’istruzioni e così via....”
“Ah, manualistica! Manualistica! Bene! Ha fatto o sta facendo un corso, immagino.”
“Veramente mi sta insegnando mio cugino. Lui conosce il disegno tecnico e cose del genere. E’ un libero professionista.”
Sorrise: “Eh! I cugini! Tutti abbiamo un cugino che ne sa più di noi!”
Improvvisamente si fece pensieroso e cominciò a picchiettare la penna sul palmo della mano.
“No, sa perché le faccio tutte queste domande? Perché mi dispiace vedere un giovane come lei, evidentemente serio e intelligente così...Così insicuro, così incerto.”
Fece un breve sospiro e proseguì: “Dica la verità: a lei di questo lavoro non gliene frega niente.”
Mi guardò negli occhi: “Da uomo a uomo: a lei proprio non interessa, dica la verità.”
Arrossii di nuovo: “Ma...veramente...”
Lui fece spallucce: “Massì, massì...Per i soldi. Per dire che si fa qualcosa, che ci si guadagna il pane, magari con la prospettiva di sistemarsi, di sposarsi...”
Protese il busto verso di me: “Cazzate!” Sibilò. “Se non c’è la passione...Cazzate!”
Si ributtò indietro: “Scusi la volgarità.”
Restò in silenzio, rimuginava.
“Mio figlio,” mormorò. “Mio figlio studia medicina. Così... perché gli piaceva spulciare l’enciclopedia medica. Non sa nemmeno staccarsi un cerotto. S’è messo in testa di fare il medico. Come se non ce ne fossero abbastanza. E’ stato respinto all’esame di istologia. Non era preparato. E’ già la seconda volta che ci prova. Di questo passo finirà l’università quando sarà vecchio e stanco...come me.”
Si passò una mano tra i capelli: “Non era preparato,” ripeté. “Eh, già. E io? Sa cosa gli ho detto, io? L’ho preso da parte e gli ho detto: ‘Va bene. Nessun problema. Succede. E’ normale. Ma ora devi rimboccarti le maniche e decidere una volta per tutte cosa vuoi fare. Vuoi tirare avanti alla meno peggio sperando in un colpo di fortuna, o vuoi veramente realizzare qualcosa, costruire la tua vita? Vuoi essere un bambinone che vive alla giornata o vuoi essere...un uomo?’ ”
Annuì lentamente, soppesando la verità del suo monito.
“E così dico a te,” soggiunse. “Per il tuo bene. Perché potresti essere mio figlio.”
Serrò tre o quattro volte le mascelle, ritmicamente; con foga improvvisa si sporse in avanti, tanto che per lo spavento arretrai sulla sedia, e fece l’atto di stringere in mano un globo invisibile: “Chi è padrone di se stesso è padrone del mondo intero!” disse con voce strozzata.
S’impettì, mi guardò ben bene: “Io vorrei che tu dicessi: ‘Okay, finora ho scherzato, ma d’ora in poi, cazzo, sarò UN UOMO!” esclamò, battendo il pugno sulla scrivania.
Poi, sfinito, s’abbandonò contro lo schienale, s’infilò la stilo nel taschino e intrecciò le dita sul ventre: “Ora vai,” disse, ormai placato: “Questi prodotti non fanno al caso tuo. Sono il top. Quando sarai un uomo verrai qui e mi dirai: “Ce l’ho fatta, sono un uomo, adesso voglio il top .’ ”
Si alzò, mi alzai, mi tese la mano e me la strinse forte, poi mi diede un affettuoso scapaccione: “E sii più deciso! Hai trent’anni d’esperienza in questo porco mondo! E sorridi, perdìo, che c’hai un bel sorriso!”
Sono passati cinque anni, da allora. A volte mi sento vecchio, ma ci si può sentire vecchi senza per questo sentirsi maturi.
Comunque il top...Il top ancora non lo voglio, non mi interessa. Povero Tirinnanzi, se mi vedesse ora! Ho un PC che fa un baccano d’inferno, e forse se lo rovescio escono strane cose. Sorrido poco, e solo se mi va. La Superwave ha chiuso.
sabato, 11 novembre 2006
NEVICA
“Nevica!” disse. Si strinse la cintola dell’accappatoio e si affrettò verso la finestra. Ancora tra il sonno, mi alzai dal letto e le andai accanto. La neve cadeva obliqua, abbondante, e già cominciava a coprire gli orli dei davanzali e i balconi degli antichi palazzi, spruzzando di bianco, come per scherzo, la loro austerità.
“Bello!” dissi. “Mi piace la neve.”
“Anche a me,” disse lei, mordicchiandosi il labbro inferiore. Non potei trattenermi da darle un bacio sulla guancia. I suoi capelli ancora umidi profumavano di shampoo aromatico. Guardavo ora la neve, ora il suo profilo.
Lei non badava a me, osservava lo spettacolo, incantata, e premeva appena la punta dell’indice sul vetro leggermente appannato dal suo respiro, come per indicare qualcosa là fuori. L’unghia era tagliata corta, un pochino smangiucchiata.
“Sei fortunata,” dissi. “E’ raro vedere Firenze sotto la neve.”
Fece una risatina compiaciuta e si immerse di nuovo nella sua contemplazione.
Così assorta, la bocca dischiusa, le gote rosse, sembrava una giovinetta di Renoir.
E io non potevo darle altro che appuntamenti in segreto e fugaci incontri in camere d’albergo.
“Anch’io sono fortunato, a essere qui con te,” mi sorpresi a dire.
Si sciolse in un sorriso e si abbandonò alle mie carezze. Socchiudemmo gli occhi e ci strusciammo l’un l’altra come gatti, lasciando crescere di nuovo il desiderio.
Mi misi dietro di lei e le abbassai il bavero dell’accappatoio, facendoglielo scivolare lungo le spalle, le presi fra le mani i seni nudi e lei premette le sue mani contro le mie, come per sentirsi totalmente protetta.
La baciai alla base del collo: rabbrividì.
“Hai freddo?” le chiesi, con falsa ingenuità. Fece no con la testa, nella sua ingenuità vera. Provai una gran tenerezza. La spogliai del tutto, lasciando cadere l’accappatoio sulla moquette. Lei si inarcò all’indietro, poggiando la testa sulla mia spalla, e restammo così, a cullarci in quell’attimo di sospensione, ascoltando il silenzio della neve.
Non so che darei per rivivere quel momento, adesso.
Ma quella felicità troppo perfetta sfiorì subito, soffocata dall’ansia di non perdere tempo, di gustare con voracità ogni minuto che avevamo a disposizione.
Più tardi la chiazza di condensa sul vetro si era allargata tanto da coprire la visuale. Lei, nella frenesia del godimento, vi premé la bocca aperta.
L’impronta di quel bacio rimase più a lungo di noi, che di lì a poco dovemmo partire.
Fu la prima e l’ultima volta che vedemmo insieme la neve.
sabato, 04 novembre 2006
COME VUOLE, SIGNOR BALDINI
Ines è irritata. Lo capisco da come, ad ogni passo, le sobbalzano le carni.
“Allora?” geme.
“Ci siamo quasi.”
“Senti, Lele, mi prendi per il culo? E’ da un chilometro che ripeti ‘ci siamo quasi’ ”.
“Eccolo,” faccio io, indicando un punto nel groviglio d’insegne che penzolano, stordite dal caldo, davanti a noi.
“Dove?”
“Dopo la farmacia.”
“Boh?”
“Mi sa che sei tu che hai bisogno dell’ottico,” le dico, in un tono più cupo che acido.
Ines replica con una falsa risata sarcastica.
Cerco di liquidarla: “Senti, tu mi aspetti qui. Faccio in cinque minuti."
“Come sarebbe? No, bello, ci vengo anch’io!”
“Ci metto tre minuti.”
Si ferma, si pianta le mani sui fianchi: “Perché non vuoi che vengo?”
“Ma perché no, dài!”
“No, Lele, ora mi dici perché non devo venire!”
“Perché…perché voglio andarci da solo.”
“Dov’è quest’ottico?”
“Là! E’ là! Vedi quell’insegna gialla e rossa con scritto Kodak?”
Si volta, finge di guardare e torna a inchiodarmi gli occhi addosso: “E’ una donna, l’ottico?”
“NO! E’ un vecchio, un vecchio coi capelli bianchi!”
“Fammi vedere gli occhiali!”
“T’ho detto di no.”
“Perché?”
“Voglio essere io a scegliere.”
“E il mio parere non conta un cazzo, eh?”
Impreco fra i denti e caccio la mano nel mio zainetto. Tiro fuori la busta e gliela porgo. “Fa’ attenzione,” dico.
Ines lascia scivolare gli occhiali fuori della busta nel palmo della mano, li osserva col sopracciglio alzato e fa per rendermeli: “Tie’, fammi vedere come ti stanno.”
Li riprendo, resto lì, indeciso. Immagino di provarli, mi figuro la faccia larga di Ines che si dilata ancora di più in un sorriso beffardo.
Le strappo la busta di mano e ripongo il fagotto nella borsa.
Ines trasecola: “Che fai?”
“Li rimetto a posto. Potrebbero rompersi. Sono sacri, capito?”
“Sei proprio rintronato!”
Mi guardo in giro. Indico un negozio di costumi da bagno dall’altra parte della strada.
“Senti, Ines, aspettami lì. Volevi comprarti un costume, no? Guardali tutti ben bene, e scegli…scegli quello che più mette in risalto le tue curve…veneree. Domenica ti porto al mare, eh? Io faccio in due minuti, due minuti d’orologio.”
Lei continua a squadrarmi con aria di sfida, di scatto mi volta le spalle e si appresta ad attraversare. Mentre controlla che non sopraggiungano automobili, batte un tacco per terra e sbuffa, facendo vibrare le labbra come fanno i cavalli.
La quieta penombra del piccolo negozio ha il potere di placarmi.
La figura del vecchio è inquadrata nel vano dell’uscio del retrobottega. E’ seduto a un tavolino e si sorregge la fronte con la mano. Il cono di luce della lampada è puntato sulla mola e gli investe il profilo delle spalle ampie e rotonde.
Il vecchio si volta lentamente.
“Buonasera,” mormora, guardandomi da sotto in su. Si alza e, con calma, raggiunge il banco. Indossa un gilet di lana bordeaux su una camicia bianca. Poggia sul banco le mani aperte e mi scruta coi suoi grandi occhi grigi. Tutto in lui esprime pacatezza.
“Ah. Lei è venuto l’altro giorno. E’ il signor…Baldini.”
“Sì,” rispondo lusingato dal fatto che ricordi il mio nome. Frugo nel mio zainetto: “Mi ha dato due paia d’occhiali da scegliere, e…”
“Sì, mi ricordo. Allora, ha deciso?”
Spingo al centro del banco gli occhiali che ho scelto: “Voglio questi.”
“Bene. Li ha fatti vedere alla sua ragazza? Le sono piaciuti?”
“Hm, hm,” annuisco, mentendo. “Comunque mi ci trovo bene, mi sembra quasi di non averli.”
“Oh, sono degli ottimi occhiali, e comunque, se si dovesse allentare una vite, o per qualsiasi altro problema, io sono qua.”
Maneggiandoli con venerazione, mi appongo gli occhiali sul naso, me li aggiusto dietro le orecchie e, incurante del bollino appiccicato sulla lente sinistra, mi ammiro nello specchio disposto sul banco.
“Le danno un’aria distinta,” osserva il negoziante.
Arrossisco, sorrido, mi tolgo gli occhiali.
“Allora …La ricetta me l’ha data l’altra volta. Questi li mettiamo da parte e…questi…nella busta.”
Le mani del vecchio si muovono con ponderata sicurezza, come su un tavolo da gioco. Prende una penna e scrive il mio nome sulla busta, in una grafia tremolante ed ariosa al tempo stesso.
Si sofferma a riflettere: “Dunque…Il prezzo, si era detto…”
“Centoventicinque.”
110 euro, scrive vicino al margine della busta, senza accennare allo sconto.
Solleva il capo: “Quando passa a prenderli?”
“Quando sono pronti?”
“Ah, per me anche domani.”
“Oh, mi spiace, domani non posso. Mi sa che ripasso lunedì prossimo.”
“Come vuole, signor Baldini.”
“Mi raccomando, me li faccia bene, eh?”
“S’intende,” borbotta leggermente indignato. “Ne va del mio buon nome.”
“Lo so, lo so, facevo così per dire. Sa, gli occhiali sono una cosa importante.”
“Ah, questo è certo. Ma lei può stare tranquillo, i suoi occhiali saranno perfetti.”
“Beh, grazie. Allora…arrivederci.”
“Arrivederci e grazie a lei, signor Baldini.”
Esco di nuovo nella calura della strada. Tutto è come prima, ma qualcosa in me è cambiato: ora il mio corpo si muove con nobile compostezza. Non sono più Lele, sono il signor Baldini; e cerco con lo sguardo... la mia signora.
Davanti al negozio dei costumi da bagno non c’è. Mi sposto più avanti, torno indietro, scruto nel viavai dei passanti. Nulla.
Comincio a preoccuparmi.
Che se ne sia andata senza di me? E’ così impulsiva.
S’è arrabbiata e se n’è andata.
Non ha tutti i torti, mi sono comportato da cafone. Mi scuserò, le telefonerò e le chiederò perdono.
Ma no, eccola! Intravedo il suo faccione tra la folla, mi ha visto, le vado incontro.
“Dove sei stata, cara?”
“Per i cazzi miei, se non ti dispiace.”
“Non hai comprato il costume?”
“Bah! Cari azzannati. Comunque m’è venuto in mente che domenica avrò le mestruazioni. Non mi va di andare al mare con un tappo nella…”
Le taglio la parola in bocca: “Va bene, va bene, ci andremo un’altra volta.”
Immagino me stesso coi miei nuovi occhiali.
‘Ottimi occhiali…le danno un’aria distinta…signor Baldini…come vuole, signor…’
“Lele?! Oh-oh?! Ci sei?” grida Ines, agitandomi la mano davanti al viso. “Senti, avrei un certo languorino, si fa un salto da McDonald?”
“Uh? Ah, sì, certo.”
In un estremo, disperato gesto di galanteria, le cedo il passo e mi accodo alla scia di profumo e sudore che si lascia dietro.